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È la dottoressa Liliana Ferraro, il 28 giugno del 1992, a informare Paolo Borsellino che la “trattativa” tra lo Stato e la mafia continua. Continua per mezzo di Vito Ciancimino. S’incontrano a Fiumicino: e la direttrice degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, sino a pochi mesi prima collaboratrice a Roma di Giovanni Falcone, informa il procuratore aggiunto di Palermo dell’iniziativa del Ros dei carabinieri di cui l’ha messa a conoscenza il capitano De Donno, braccio destro del generale Mori che del Ros dirige il Primo reparto, quello che ha competenze investigative sulla criminalità organizzata.

Per i magistrati gli incontri di Mori e di De Donno con Vito Ciancimino sono il primo serio passo della presunta Trattativa. I due ufficiali dell’Arma difendono invece la completa correttezza del loro operato: un’azione di polizia giudiziaria  il cui scopo è arrestare i grandi latitanti.

Sino a quel giorno Borsellino non sa. O meglio: non viene informato da chi – e cioè i due ufficiali del Ros – aveva il dovere d’informarlo. A precisa domanda sull’argomento, il generale Mori risponde ai magistrati di Caltanissetta il 13 luglio del 2010: “Non parlai a Borsellino dei contatti con Ciancimino perché non mi ero ancora incontrato con lui: che senso aveva parlarne se non c’era nulla di concreto”?

Con questa dichiarazione il generale contraddice sia Massimo Ciancimino che Brusca, i quali avevano dichiarato che i colloqui tra il Ros e don Vito erano cominciati prima della strage di via D’Amelio.

Il capitano De Donno dice che nell’ultimo incontro con Borsellino ha affrontato solo il tema mafia-appalti. “Non ritenni utile inserire troppa carne al fuoco aggiungendo le altre nostre iniziative del tempo, tra queste i colloqui preliminari con Ciancimino”. E assicura che era sua “intenzione di farlo in un successivo incontro”.

Abbiamo messo a confronto l’accusa e la difesa. Quella che per i magistrati è una Trattativa e per Mori e Di Donno un’azione di polizia giudiziaria. Il 28 giugno del 1992, comunque, Borsellino è al corrente di tutto. E si mette di traverso. Il magistrato amico di Giovanni Falcone non poteva certo condividere la “trattativa”. Ancor oggi presunta. Il pentito Gaspare Mutolo, uomo d’onore di Partanna Mondello, sentito in video conferenza al processo Mori, dice di ricordare il giudice Borsellino come “disgustato e incazzato nero”. L’aveva appena interrogato quando nel corridoio, “mentre parlava con delle persone delle istituzioni”, lo sentì gridare all’improvviso: “Questi sono dei pazzi”.

Si mise di traverso Paolo Borsellino. E anticipò la sua fine, che non era programmata per il 19 luglio di venticinque anni fa. Forse qualcun altro, quel giorno o in quel mese, doveva morire al posto suo.

Cinque anni fa scrissi un libretto intitolato La trattativa e altri misteri. Con il rammarico di non essere riuscito a pubblicarlo prima del 19 luglio, allora ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Quando uscì, due mesi dopo, tra le mani ne avevo un altro che s’intitola Fino all’ultimo giorno della mia vita (anche questo appena uscito). Il libro di Benny Colasanzio e di Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato. Centonovantadue pagine di commovente racconto e di forte denuncia civile. Un libro straziante.

Nella foto della copertina Salvatore tiene con la mano alzata l’Agenda rossa di Paolo. “Ogni giorno alla stessa ora – scrive Salvatore Borsellino – il capitano Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l’agenda rossa… nell’allontanarsi calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l’agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni”.

Parole e frasi in cerca della Verità. Parole e frasi come lampi, visioni di verità, queste e le altre di Salvatore Borsellino che trovi nel libro. Lampi che provano a squarciare le tenebre.

Gaetano Cellura

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