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Craxi dagli osanna alla polvere / Memorie del socialismo

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De Martino gli lasciò un partito al minimo storico. E su quel risultato influì anche la campagna elettorale del 1976. Condotta sulla falsariga che votare per il Psi o per il Pci fosse la stessa cosa. Pure Berlinguer diceva questo, ma perché gli conveniva: il successo del suo partito – un 34 per cento mai toccato prima – appariva fuori discussione. Così come l’assorbimento del Partito socialista e del suo elettorato.

Ma nessuno aveva ancora fatto i conti con lui. Né a sinistra. Né dentro lo stesso partito. Dove la sua elezione a segretario, in un momento di forte scontro tra demartiniani e nenniani, venne considerata debole e di transizione. A chi si mostrava preoccupato per il calo elettorale del partito, Craxi rispose: “Tranquilli, con l’otto per cento si governa l’Italia”. E già da queste parole si capiva che non sarebbe stato affatto un segretario di transizione.

La politica la conosceva e capiva sin da bambino. Da quando suo padre, viceprefetto di Milano e poi prefetto di Como, accompagnava gli ebrei al confine per metterli in salvo dai nazifascisti. Alle elezioni del 1948 faceva già propaganda per il padre, candidato con il Fronte democratico.

Entrato in parlamento nel 1968, dopo l’esperienza di consigliere comunale a Milano, Bettino Craxi la sua Bad Godesberg l’aveva elaborata nella propria testa ancora prima della svolta del 1959 dei socialdemocratici tedeschi. E divenuto segretario del Psi uno dei suoi primi atti di revisionismo ideologico fu l’articolo pubblicato sull’Espresso e intitolato Il Vangelo socialista. Proudhon al posto di Marx. Rifiuto totale del leninismo. Eliminazione della falce e martello dal simbolo del Partito. “Il socialismo – scrisse – non coincide con lo stalinismo: è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento”.

Con lui nasceva finalmente il partito riformista che era sempre mancato all’Italia. E non è un caso – nulla in fondo è davvero casuale nella storia – che sette anni dopo la sua elezione a segretario e l’avvio di una nuova politica, Craxi sarà il primo presidente del consiglio socialista.

Ora ne sono passati trentacinque da quel 4 agosto del 1983. Presidente della repubblica era un altro socialista, Sandro Pertini. E il Psi di Craxi era cresciuto di voti e di seggi – e ancora sarebbe aumentato nel 1987 – rispetto al partito in deperimento ereditato da De Martino. Non staremo qui a ripercorrere le tappe di quel governo pentapartito. Molto note e quasi tutte significative. Nella politica estera e nella politica interna. E neppure gli scontri durissimi con il Pci. Che riservò a quel governo un’opposizione mai vista verso i governi democristiani.

Vogliamo solo ricordare come in un decennio sia radicalmente mutato l’umore degli italiani. E d’altra parte – piazzale Loreto docet – non era neppure la prima volta che un leader osannato finiva poi nella polvere. Non era la prima volta che il popolo si faceva tribunale e plotone d’esecuzione. Certo, di mezzo c’erano stati un fatto epocale, come la caduta del muro di Berlino, e la più grande inchiesta giudiziaria contro la classe politica a partire dal 1992. Ma la constatazione (non solo storica) che siamo un popolo di voltagabbana, bravo a rinnegare un sistema in cui si riconosceva ci sta tutta. Un popolo facile a passare dagli osanna al lancio delle monetine e al grido: “Chi non salta socialista è!”

“Lanciatori di rubli” – li chiamava Craxi mentre usciva dall’hotel Raphaël. Certo d’esser vittima di un complotto comunista. Molti di quelli che lanciavano monete venivano da un comizio del Pds. E c’erano pure dei “moralizzatori” di altri partiti o schieramenti che avrebbero  fatto politica nella seconda repubblica e sarebbero stati arrestati per corruzione.

Il giorno prima nessuno aveva osato contestare il suo discorso in parlamento sul processo “storico e politico ai partiti che per lungo tempo hanno governato il paese”. E quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere furono respinte. Ciononostante Craxi venne lasciato solo. Parte di quel parlamento sperava in fondo di poterla far franca e che lui avrebbe pagato per tutti. E quanto agli italiani plaudenti di un tempo, forse erano sicuri che bastava il “lavacro del Raphaël” a ripulire anche loro.

Gaetano Cellura

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