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Castelli, vita di paese di uno scrittore dimenticato

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Passi a piedi passi a memoria (edito da Sellerio nel 1985) è un delicato e gustoso libretto di Antonio Castelli, scrittore castelbuonese caro a Sciascia e a Consolo. Novanta pagine di elegante, sensibile prosa.

Nato – si legge nel risvolto di copertina – “dalla giudiziosa fusione di due libri già pubblicati”, Gli Ombelichi tenui ed Entromondo, di parti di questi libri, Passi a piedi passi a memoria descrive la vita come si svolgeva a Castelbuono e a Cefalù. E il bello di questo libretto è che ci trovi il tuo paese nella descrizione – divertita, ironica – che Castelli fa della vita del suo: la vita della provincia siciliana, i suoi riti e le sue abitudini, il pettegolezzo come principale passatempo.

Luogo classico di ritrovo e di mormorazione è, nei paesi siciliani, il circolo dei Civili o di Compagnia. “Un’istituzione rispettabilissima e primaria”, come il Municipio e la Parrocchia. Non c’è socio del circolo che sia capace di sopravvivere fuori da quell’ambiente. E la regola più importante che un socio “veramente civile” deve rispettare (nel suo interesse, si capisce) è di non lasciare mai il circolo prima degli altri: vedrebbe “letta” la propria vita da quelli che restano.

A poca distanza dal circolo, nello stesso corso, c’è il bar con il gioco del biliardo. Che “resta – scrive Castelli – l’ultimo gioco di compagnia fatto dall’uomo a misura d’uomo”. Ne sono protagonisti, irriducibili avversari, i virtuosi della stecca.

Nel libro incontri tipi con manie, paure e passioni. Nicola A. ha il “complesso di Nettuno”, la paura patologica del mare; Achille De Paolis ha “una passione irriducibile” per tutto ciò che è inglese; la zia Marianna è una donna di ottantaquattr’anni, inibita dalla flebite e costretta ad una vita sedentaria, ma ha una voce che le permette di essere udita da tutto il paese e di tenere “al laccio” quelli ammessi a frequentare la sua casa; P. è il tipo che pensa che l’aria, può sempre attentare alla salute e bisogna guardarsene e riguardarsi.

Un modo peculiare di uccidere la noia in un paese siciliano è scrivere un libro dal titolo più che significativo, il De Viris Cornutis. Libro antico, storico. Incominciato tra il 1855 e il 1860. In punto di morte, il primo autore lo consegnò ad un amico calzolaio che doveva continuarlo, aggiornarlo. Alcuni sostengono che, dopo la morte del secondo autore, il libro sia andato perduto. Ma c’è chi è pronto a giurare il contrario: che esiste ancora e opportunamente aggiornato.

Tutti sanno tutto di tutti. Quando nulla accade da dar alimento al pettegolezzo, la vita ristagna e pare perdere il sale, il sapore. Antonio Castelli associa uomini, abitudini e riti (anche il rito della morte, con i “campanili che versano sul paese rintocchi funebri”) rappresentandoli con l’animo, la passione e la nostalgia di chi guarda a un’epoca finita, a “quell’età della provincia” cancellata dalla modernità.

Bello è il frammento sul paese come cosmo. Sugli “armonici” del colore di una strada, di un profilo architettonico, di una periferia. Solo i nativi possono cogliere il “colore” del paese, averne la giusta nozione: “per quell’invecchiamento che, insieme, compiono la loro vita e quei luoghi, quegli ambienti”. (L’anno scorso, nel mese di giugno, è caduto il trentesimo anniversario della morte di questo scrittore siciliano. Nessuno ha sentito il dovere di ricordarlo).

Articolo tratto da Scrittori di Sicilia di Gaetano Cellura