C’è un prima e c’è un dopo. Non solo per le pandemie. Soprattutto per le guerre e per altri grandi eventi della storia. C’è stato un prima e un dopo che ha riguardato le due grandi guerre mondiali e il lancio della bomba atomica, la Rivoluzione francese, poi quella d’Ottobre; che ha riguardato la Chiesa postconciliare, la filosofia prima e dopo Nietzsche, le forme della comunicazione prima e dopo l’invenzione dei caratteri della stampa moderna e oggi di internet, la storia prima e dopo la scoperta dell’America, l’Europa e il mondo prima e dopo la caduta del Muro di Berlino, e non ultimi certamente un prima e un dopo che ha riguardato le grandi scoperte medico-scientifiche le quali hanno sconfitto molte malattie e migliorato, elevato e protetto il nostro tenore di vita.

Se proprio vogliamo fare dei confronti tra l’oggi e l’immediato ieri, tenendo conto si capisce delle relative differenze, si può dire che nell’ultima guerra, e nel suo pieno svolgimento, già si riusciva a programmare il dopoguerra (accordi di Yalta, di Bretton Woods): per permettere la ripartenza economica e la ricostruzione del mondo devastato. Mentre non viene facile adesso, in tempi di pandemia, capire come e con quali aiuti finanziari, impostare la ripresa (piena di sacrifici senza dubbio) della normale vita di tutti giorni. Che già costa dolori per le vite umane perdute, per la privazione delle libertà individuali, per i possibili aumenti delle malattie psichiche. La filosofa Donatella Di Cesare ha scritto sul Manifesto un intelligente articolo sugli arresti domiciliari di massa, esperienza mai conosciuta prima d’ora, e sulle conseguenze molte serie che potrebbero derivarne. In questo momento si cura il corpo, è più urgente, ma domani toccherà forse prendersi cura della mente. E con ogni probabilità più di quanto si sia fatto in tempi normali.

Nel passato la storia, dottrine come il comunismo, hanno fatto credere agli uomini che fosse possibile la realizzazione di società perfette. Era un’utopia. E non è passato molto tempo per capire che producevano mostri anziché la felicità, la giustizia e l’uguaglianza promesse. Non è passato molto tempo e autori come Orwell, Huxley, Zamjatin, con le loro distopie, ci hanno messo in guardia dai pericoli e dagli orrori delle società illiberali e irreggimentate. In qualche modo sono le opere di questi autori a meglio rispecchiare il mondo chiuso e l’odierno stato d’eccezione. Capi di governo come Orban, che chiedono e ottengono pieni poteri per contrastare la pandemia, dittature come la Cina che tiene a lungo nascosta la pericolosità della diffusione del contagio e ancora oggi accusata dal sistema d’Intelligence americano di non aver detto al riguardo tutta la verità, le città spettrali in cui viviamo, i controlli (anche della privacy) cui veniamo sottoposti ci danno l’impressione, se non proprio la certezza, che le opere di Aldous Huxley (Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo) avevano previsto come un campo di concentramento indolore per intere società di uomini senza libertà, ma senza lacrime e quasi felici dei loro dittatori.

Noi dobbiamo prendere coscienza di alcune cose fondamentali. La prima, che i rapporti con paesi come la Cina sono nel futuro da rivedere. Per molto tempo abbiamo fatto finta di non accorgerci a quale prezzo di duro lavoro, privo dei più elementari diritti, da quel paese venivano esportati a basso costo prodotti che hanno rovinato le economie occidentali, ma che ci conveniva acquistare. La seconda, come ci ricorda Donatella Di Cesare, che c’è anche una pandemia psichica da affrontare. Ansia, solitudine, insonnia, segregazione in spazi ristretti, una vita cambiata dall’oggi al domani senza relazioni con gli amici o con i parenti se non attraverso telefoni e videochiamate: ebbene, anche con questo dovremo dopo misurarci. Per alleviare solitudini e tristezze, come ulteriore gesto di solidarietà, la nostra filosofa consiglia di mettere anche un libro nel sacchetto della spesa per chi ne ha bisogno.

(g.c.)