Un imprenditore agricolo licatese, Giovanni Chianta, lancia un grido d’allarme per l’intero comparto agricolo. In particolare sul melone cantalupo la cui produzione è andata perduta in larga parte.

Durante il periodo delle restrizioni dovute al coronavirus, il melone cantalupo era ricercatissimo sui mercati ed è stato venduto, mediamente, ad un prezzo che permette alle aziende di generare utile.
La fine delle restrizioni ha “ucciso” il melone tanto che, solo nel territorio di Licata, dove si producono grandi quantità di melone, dal 3 giugno, sono state buttate centinaia di tonnellate di prodotto già raccolti e, molti di più, verranno mangiati dagli animali perché resteranno nelle piante a marcire.
Per “il rinnovo” delle piante sono stati spesi tantissimi soldi che graveranno sull’utile iniziale.
Stesso discorso per anguria e anguria mini.
Prezzo medio, dal 5 giugno al 20 giugno (in Sicilia) per mini anguria 0,30€. Parliamo di un prodotto italiano di grandissima qualità, prodotto nel pieno rispetto di tutte le normative europee.
Ogni bancale, 55 casse di cartone, circa 1000 kg, viene venduto ad un prezzo lordo di 300 euro. Ai 300 euro vanno tolti:
120 euro per manodopera
55 euro per imballaggi (1€ a cassa)
30 euro per chi effettua la commercializzazione (il 10 %)
80 euro per spese di irrigazione, trattamenti fitosanitari e concimazione.
22 euro trasporto
80 euro piantine.

I costi di produzione, per ogni 1000 kg prodotti, ammontano a 387 euro.
In buona sostanza, il produttore ha dovuto rimetterci di tasca propria 87 euro.
Si paga per vendere quando si dovrebbe guadagnare.

Ma dobbiamo davvero sperare in un coronavirus all’anno per vendere a prezzi da utile? Oppure basterebbe non importare meloni e angurie prodotti in Paesi come Turchia, Grecia, Spagna, Tunisia, Marocco, Senegal e via dicendo?
Le restrizioni hanno fermato le importazioni selvagge dei prodotti e i produttori italiani hanno tirato un sospiro di sollievo.
È necessario controllare i mercati limitando le importazioni di prodotti concorrenziali a quelli italiani.
Se l’Italia produce 300-400 mila tonnellate di meloni e angurie nel periodo marzo-luglio non si capisce perché dobbiamo importarli se i mercati sono già pieni di merce italiana. Li importeremo nei periodi nei quali, in Italia, la produzione è scarsa o assente.
Questo discorso vale per tutti i prodotti. Analizzando i quantitativi coltivati per ogni prodotto è facile capire cosa bisogna importare e cosa no in determinati periodi. Certo, i lucratori seriali ci perderanno ma non i produttori italiani né, tantomeno, i consumatori italiani che avranno la certezza di mangiare un prodotto italiano di qualità.

Ovviamente, le importazioni non sono l’unico problema dei produttori. Bisognerebbe riorganizzare le produzioni agricole. Riorganizzare le filiere e ristabilire, quantomeno, un equilibrio tra chi produce e chi vende.
Oggi, la produzione è distrutta dalla grande distribuzione organizzata che, con le aste al ribasso, porta il prezzo del prodotto a livelli da fallimento aziendale. Lo Stato può e deve governare questi meccanismi.

Ritornando alle merci buttate, andrebbe ricordato che norme europee danno la possibilità agli Stati di intervenire in questi casi. In crisi di mercato così gravi, nei quali i prodotti vengono buttati o non raccolti, lo Stato può aiutare economicamente i produttori agricoli. Perché lo Stato italiano non aiuta i produttori italiani che stanno subendo gravissime perdite di fatturato?
Siamo stati “carne da macello” quando si trattava di andare a lavorare, tutti i santi giorni, in pieno coronavirus, perché dovevamo far mangiare il Popolo.
Noi non ci siamo mai tirati indietro ed i prodotti che oggi buttiamo sono stati coltivati con la paura di ammalarsi di Covid 19. Adesso lo Stato deve compensare, almeno in parte, sacrifici e perdite.

Chi, soprattutto tra i politici, parla ancora di caporalato nei campi o di salari più alti finge di non sapere che in Italia, il settore della produzione ortofrutticola (e cerealicola) è praticamente fallito.
In Italia, i costi di produzione sono talmente alti e i prezzi (per il produttore) sono talmente bassi che è più conveniente chiudere l’attività. Noi produttori siciliani, per esempio, possiamo andare pure a produrre in nord Africa oppure in qualche Paese dell’Est Europa. Produrremo lì, con costi di produzione molto bassi e venderemo qui, con prezzi che, almeno in Nord Africa, ti permettono di vivere dignitosamente ma lontano da casa tua.
Potremmo stare ore a discutere su chi stia contribuendo al nostro esilio forzato. Io penso che, negli ultimi 30 anni, noi produttori abbiamo delegato troppo alla politica. Con il rafforzamento dell’Ue le cose sono drasticamente peggiorate.
Siamo nella mani di burocrati che scrivono regole e regolette che danneggiano chi crea lavoro. Regole dettate da lucratori seriali ma sarebbe meglio chiamarli delinquenti a doppio petto. È la globalizzazione bellezza. Infatti a me non è mai piaciuta.
Uno Stato che non salvaguarda le proprie produzioni e i propri produttori è destinato a fallire miseramente. La colpa, dicevo, è soprattutto di noi produttori troppo concentrati a guardare la terra mentre non vediamo cosa ci stia piovendo dal cielo (e non è acqua).
Quando parlo di questi temi ai miei colleghi, questi annuiscono e poi tornano a lavorare pensando che non ci sia soluzione.
Ma dico io, se non difendiamo nemmeno noi i nostri interessi come possiamo pensare che le cose possano migliorare ?
Se tu pensi ai 3 meloni che hai venduto a maggio ma non a quelli che hai buttato l’anno prima ed a quelli che butterai l’anno prossimo, vuol dire che o sei un inguaribile ottimista oppure un fesso ma, in entrambi i casi non ci fai bella figura.
C’è troppa rassegnazione e, in parte la capisco su chi ha lavorato sui campi 40 anni ed è stanco di lottare e pensa, giustamente ad un meritatissimo “riposo pensionistico”.
È incomprensibile sui giovani imprenditori agricoli che, in un Paese come il nostro, potrebbero vivere (e bene) se le cose funzionassero. Ma le cose funzionano solo se noi contribuiamo a farle funzionare, se pensate solo a prenotarvi la plastica siamo all’acqua al collo.
Ci avevano venduto la globalizzazione come la panacea di tutti i mali ma, in realtà, era solo un modo per “esternalizzare uomini e cose”. La globalizzazione o la combatti oppure la cavalchi.

Il mondo produttivo chiede un incontro alla ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova per affrontare il tema del “contadinicidio”.

Giovanni Chianta

Fonte Ilmalpaese.wordpress.com