Homepage L'opinione Epidemia: un paese in ritardo vissuto finora di demagogia

Epidemia: un paese in ritardo vissuto finora di demagogia

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Manchiamo in generale di senso di responsabilità. E non solo per la presenza nelle strade ancora di troppa gente. A Milano e ovunque, in quest’Italia che reagisce negli ospedali con vigore e abnegazione sul piano dell’assistenza ai malati. Con medici e infermieri che mettono davvero a repentaglio la loro incolumità per curarli e stare in prima linea fino allo stremo delle proprie forze. E molti di loro si sono contagiati. È scontato quanto sia indispensabile la loro presenza e la loro piena salute in questo momento e quanto sia necessario il trasferimento o l’assunzione di altri medici e infermieri nei territori più colpiti dall’epidemia.

Uscendo di casa senza giustificato motivo, non rispettando l’ordinanza che impone a tutti di restarvi non aiutiamo certamente il personale sanitario impegnato in questa terrificante emergenza. Ma non è solo quest’ultimo – anche se adesso il più importante – il senso di responsabilità che molti di noi dimostrano di non avere. Abbiamo votato per anni politici che hanno contribuito in modo rilevante allo sfascio della sanità e in larga misura anche a quello di buona parte di altre fondamentali strutture del paese.

E ora tutte le conseguenze di queste scelte stanno venendo drammaticamente al pettine. Presentandoci – e già lo sapevamo, ma senza troppo preoccuparcene – il conto di un paese duale e sperequato nella sanità (più organizzata ed efficiente al nord) e nel sistema produttivo. Ma anche nel sistema delle strade e delle altre vie di collegamento, nella precarietà pericolosa dei nostri edifici scolastici, nel sovraffollamento disumano delle nostre carceri. Un paese che destina molti fondi ai ministeri, che paga troppo i propri rappresentanti politici, che investe soldi in settori inutili o comunque meno importanti di altri – più strategici – come ricerca e formazione. Ebbene, di cosa abbiamo sentito parlare in questi anni e negli ultimi due in particolare? Non di questo certamente. E cioè di come destinare più fondi alla scuola, alla ricerca, alla sanità, ai nostri sistemi di collegamento per rendere sicura e moderna l’Italia. Ma di Quota 100 e reddito di cittadinanza. Mentre gli ospedali non hanno a sufficienza reparti di rianimazione e medici specialisti. Mentre si tagliavano fondi alla sanità, si riducevano i posti letti, non si assumevano medici e infermieri. E non mi dite che nessuno si aspettava un’emergenza come quella che stiamo vivendo. La scienza e altre precedenti epidemie di questo tipo ci avevano pur messo in guardia da un nuovo invisibile nemico.

Per fare un esempio – solo uno tra i tantissimi –,quello del sindaco Firetto di Agrigento. Che denuncia (La Sicilia di oggi) la singolare vicenda dei due reparti di pneumologia e infettivologia da aprire e mai aperti all’ospedale San Giovanni di Dio e che hanno subito una riduzione dei posti letti senza essere mai entrati in funzione.

La verità è che siamo un paese che vive di demagogia – assistenzialismo, pensioni spesso fasulle, Quota cento, gli ottocento euro del governo Renzi, aiuti alle imprese molto generici, soldi pubblici nelle tasche dei cittadini – perché sono ancora i famosi metodi laurini a portare voti. Non certo un programma elettorale mirato alle cose serie. Ma è così da sempre: cosa possiamo farci? E così sarà se questa epidemia non ci avrà insegnato che altre sono le vere priorità.

(g.c.)