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Noi, i poeti e i curdi massacrati

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Sono venticinque milioni. Una nazione senza stato. Divisa in curdi turchi e perfino armeni; curdi siriani, iracheni, iraniani. Non vanno d’accordo tra di loro: e questo è uno, tra i tanti altri, ostacoli alla loro unione come popolo unico. Nella Siria del nord tuttavia i curdi esistono dal 2014 come confederazione multietnica. Democratica e tollerante. Ecologista e femminista. Conosciuta come Rojava. Una vera democrazia, non sembri esagerato dirlo. Una piccola democrazia tra gli stati dispotici che spadroneggiano nel Medioriente.

Ed è il Rojava ad aver subito la feroce aggressione della Turchia di Erdogan. Paese della Nato e a cui l’Europa fornisce armi moderni, con tutte le istruzioni su come meglio usarle, e a cui dà milioni di euro per fermare quell’invasione di profughi siriani che tanto le fa (ci fa) paura.

Quando la Nato, nei decenni scorsi, era davvero un’alleanza militare, una cosa del genere forse non sarebbe successa. E oggi, se l’Unione europea fosse davvero un’unione e fosse dotata di una visione geopolitica avrebbe condannato con parole forti l’invasione; e agito con azioni militari per fermare il Sultano turco.

Ma oggi sulla terrazza del mondo non ci sono poeti. Poeti in grado di vedere, con il loro sguardo contemplativo, anche l’invisibile. Poeti come il grande Pessoa: “C’è qualcosa di lontano in me, in questo momento. Sto sulla terrazza della vita…e dal mio punto di osservazione la osservo…Chiudendo gli occhi continuo a vedere, proprio perché non guardo. Se li apro non vedo più niente, perché non vedevo”. O come l’altrettanto grande Georg Trakl: “In quest’ora si colmano gli occhi del contemplante con l’oro delle sue stelle”.

Ci sono purtroppo statisti miopi e certamente privi della sensibilità dei poeti. Sulla terrazza del mondo c’è Trump, che prima quasi plaude all’azione militare di Erdogan e che arriva a dire in un tweet, tra la sorpresa generale: “Ma insomma, dov’erano questi curdi mentre noi sbarcavamo in Normandia?” E sulla terrazza del mondo ci sono stati europei che ora si stanno muovendo non per fermare lo sterminio delle popolazioni del Rojava o Kurdistan siriano, ma per i loro interessi economici, per il fatturato dei giacimenti petroliferi di Total ed Eni messi a rischio da questa nuova sporca guerra. Dimenticando persino i meriti dei curdi nella lotta all’Isis e di quanto questa lotta abbia contribuito alla sicurezza dell’Occidente. Lo sterminio dei curdi favorirà, già la sta favorendo la rinascita dell’Isis. Che è ciò che ci minaccia davvero. Altro che l’invasione dei profughi siriani per fermare la quale abbiamo arricchito il Sultano.

Si può essere così miopi? Può essere la terrazza del mondo così lontana dal Rojava contro la cui popolazione è stato dato il via libera, nella nostra indifferenza, a una sorta di “soluzione finale”? O forse è meglio chiuderli gli occhi per vedere, come ci dice Pessoa, quello che non vediamo tenendoli aperti?

Gaetano Cellura