Homepage L'opinione Quel Teorema nell’Italia del 1979

Quel Teorema nell’Italia del 1979

112

Dicono ancora qualcosa questi nomi: Toni Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Emilio Vesce?

Il 7 aprile di quarant’anni, in pieno scontro tra lo Stato e le Brigate Rosse e un anno dopo l’omicidio di Aldo Moro, dicevano molto. Diceva molto la loro vicenda giudiziaria chiamata Teorema Calogero e con questo stesso nome passata alla storia.

Pietro Calogero era allora sostituto procuratore di Padova. Ma si era già distinto per aver indagato sulla strage di Piazza Fontana e aver incriminato ambienti neofascisti vicini a Franco Freda. Il 7 aprile del 1979 autorizzò l’arresto dei leader di Autonomia Operaia. Il professore Negri fu arrestato a Milano. Oreste Scalzone a Roma. Emilio Vesce a Padova. Franco Piperno, avvertito in tempo da Scalzone, riuscì a farla franca.

Su di loro pesava l’accusa di essere le vere menti della lotta armata. Insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Finirono in carcere, ma dai processi che si conclusero nove anni dopo non venne fuori niente.

Il Teorema giudiziario si basava sul tono degli articoli che scrivevano gli imputati. Lo stesso giudice Calogero pare abbia detto: “Poiché non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare”. Aveva il sospetto del coinvolgimento della scuola francese Hyperion, dove insegnava Toni Negri, nell’attività delle BR e dei servizi segreti. Negri era ritenuto il “barone” dell’università di Padova.

Il presidente Pertini si congratulava con i magistrati e il Pci, il partito più esposto nella lotta contro l’estremismo terroristico, sosteneva l’inchiesta. Generalmente considerata come coraggiosa. Ma c’era anche – ricordiamolo magari tra parentesi – una (piccola?) parte d’Italia che scriveva sui muri “Kalogero e Cossiga in galera”, firmandosi Potere Operaio.

La storia è lunga e complessa. Antonio Ferrari, inviato a Padova in quei giorni, ricorda (oggi, sul Corriere) le tante telefonate ricevute in albergo da “gentili signore milanesi, romane e genovesi” che lo pregavano di avere occhi di riguardo per il “mitico Toni”, il professore che con le sue idee di fuoco faceva “vibrare ormoni e passioni”. La storia è lunga e complessa perché non era facile, come scrive Ferrari, avere antenne per la verità in quell’Italia divisa tra il fronte delle granitiche certezze giudiziarie e quello dei negazionisti. Ci furono le condanne, l’esilio in Francia di Negri e Scalzone, la protezione degli intellettuali francesi.

Il dato su cui oggi si deve riflettere è che vi fu in Italia quel 7 aprile di quarant’anni fa una sospensione totale dello stato di diritto. La politica delegò, come farà altre volte d’allora in poi, un problema suo completamente alla magistratura. Che si servì di indizi e non di prove.

Gaetano Cellura