Homepage L'opinione Licata e le trivelle: la pesca rischia di scomparire

Licata e le trivelle: la pesca rischia di scomparire

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Perforano e sfruttano il mare, il nostro mare, ma ai paesi cui quel mare appartiene non ne viene nulla di utile. Anzi, ne ricavano solo danno. Economico e ambientale. Forma e sostanza. La sostanza è questa: le trivelle a largo di Licata e Porto Empedocle non portano lavoro e si portano via il poco che ancora c’è. Da qui a un anno infatti, o forse meno, soprattutto a Licata rischia di scomparire la piccola pesca, un tempo (con l’agricoltura) principale attività produttiva della città. E la forma, per nulla rispettata, è che l’Eni e il governo senza tenere conto degli interessi e della vita dei territori, e del conseguente danno provocato, trovano a poca distanza dalle coste dei pozzi marini da cui ricavare metano: li perforano, vi istallano una piattaforma chiamata Cassiopea (e mai nome è stato così appropriato): mettono sui fondali condutture lunghe 60 chilometri per trasportare il metano estratto al petrolchimico di Gela dove verrà lavorato.

Chi ha architettato questo progetto off-shore sapeva già con quanta arroganza sarebbe stato imposto ai territori, senza curarsi della volontà, dell’opinione dei loro cittadini e in primo luogo di quanti dal mare traggono lavoro e sopravvivenza. Non solo i pescatori. Anche gli operatori turistici e balneari. Perché di mare vive o sopravvive Licata in buona parte. Cioè di attività che a differenza delle trivellazioni non inquinano e salvaguardano l’ambiente naturale. Si sente dire ora che i pescatori licatesi avrebbero dovuto attrezzarsi per la pesca d’altura, che quella a strascico non è più competitiva. È vero, perché il mercato non perdona: il grande mercato che è diventato il mondo. E in cui il pesce grande mangia quello piccolo.

Ma non è questo il punto, nel caso specifico. Il punto è che, benché sia oggi poco competitiva, la piccola pesca dà comunque da vivere a un buon numero di famiglie. E cosa facciamo: le lasciamo prive di sostentamento perché questo ha deciso l’arrogante Cassiopea, regina d’Etiopia?

Era Cassiopea bella, arrogante e vanitosa secondo la mitologia. Considerava la propria bellezza e quella della figlia superiori alla bellezza di ninfe e dee. E per questa sua arroganza venne punita dagli dei e la propria figlia incatenata a uno scoglio. Il mare c’entra dunque in questa antica storia. Come c’entrano l’arroganza e la prepotenza. E il nome della piattaforma e del pozzo marino da cui estrarre il metano non è stato scelto per caso.

Il dio punitore, a questo punto, dovrebbe essere il governo. Un governo sensibile alle richieste dei propri cittadini. Un governo disposto all’ascolto. Ma il Movimento 5 Stelle, che ha competenza governativa sulla materia, ha perso il suo spirito ambientalista. Si è visto con la TAP, in parte con il TAV, con L’Ilva di Taranto da dove ora è emerso il rapporto sugli effetti mortali dell’inquinamento tenuto nascosto per mesi. E l’ha perso questo spirito mentre i movimenti ecologisti e verdi si affermano in Europa.

La visita a Licata di alcuni suoi parlamentari all’assemblea dell’altro ieri non è sufficiente. Occorre fare di più per non lasciare soli i pescatori licatesi in questa battaglia impari contro i potenti. Occorre impedire che si affermi la legge del più forte quando calpesta diritti e bisogni. Quando calpesta la natura e inquina il mare.

Gaetano Cellura