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In Spagna è tornato il franchismo. Nessuno di noi pensava potesse succedere un fatto così grave – come l’arresto del governo catalano – oggi nell’Europa democratica. Complice il silenzio dei governi dell’Unione e del poco che ancora rimane della disfatta sinistra europea.

In Spagna è finita in prigione la volontà popolare. Avranno magari gli indipendentisti catalani commesso errori, ma l’hanno fatto senza mai ricorrere a violenze e tenendo sempre aperto il dialogo con il governo di Madrid. Il referendum e la piazza sono stati le sue armi democratiche di rivendicazione e di scontro. Repressiva, tipica di un regime invece è stata la risposta del premier Rajoy: sette membri del governo della Catalogna arrestati e il loro leader – Puigdemond, riparato in Belgio – destinatario di un mandato d’estradizione.

Di fronte a un simile atto di forza del governo di Rajoy, è giusto scomodare la recente storia spagnola e dire che forse il franchismo non è mai morto. Ma è ancora più giusto riflettere su una questione politica molto più grande.

Questa crisi spagnola, come altre in un’Europa di questo passo destinata a fallire, investe la stessa idea di Unione. Monetaria e non certo dei popoli, che chiedono (al contrario) democrazia e autonomia. Se l’Ue che ci è stata imposta, governata dalla grande finanza, fosse stata un’ambizione collettiva, gli Stati e soprattutto i popoli parte di un progetto democratico condiviso, forse non assisteremmo a fenomeni di autonomia e di autogoverno, al bisogno di essere patrie a sé piuttosto che periferie impoverite di uno stato sovranazionale i cui poteri nessuno ha eletto.

Si legge solo questo nella questione spagnola. Il rifiuto dell’esistente e di una globalizzazione che ha diviso più che unire le diversità. E non sappiamo quanto questa lettura sia sbagliata. L’Unione europea, com’è oggi, non ha anima né aspirazioni comuni. Logico dunque, di fronte al suo fallimento, che ci siano popoli del continente decisi a conservare la propria anima politica.

Gaetano Cellura

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