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di Gaetano Cellura Il giorno del sequestro del marito, Velia Titta Matteotti dalla finestra di casa ne attese invano il rientro. Sino a tarda notte sperò nel suo rilascio. Lei scriveva versi e a trent’anni, nel 1920, aveva pubblicato il suo unico romanzo, L’Idolatra, con il nom de plume maschile di Andrea Rota. E dopo l’assassinio del marito avrebbe continuato a scrivere racconti, “consolante fatica nelle lunghe notti di solitudine”. Il deputato socialista era stato “pugnalato più volte sotto l’ascella e al torace e poi abbandonato in una fossa provvisoria nel bosco della Quartarella dove l’avrebbero ritrovato, due mesi dopo, nei giorni di Ferragosto” del 1924.

Passati quattro giorni dal suo sequestro l’ancora ignara vedova chiede udienza a Mussolini per avere notizie del marito. Un colloquio – freddo da ambo le parti – di cui si trova traccia in una lettera di Velia a Gaetano Salvemini.

Mussolini le disse che un filo di speranza di ritrovarlo c’era e che lui avrebbe fatto il suo (sic!) “dovere di cittadino”. Sappiamo come finì. Nel 1926, al processo di Chieti, alcuni degli assassini di Matteotti – Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo – sono condannati a pene leggerissime: pochi anni, e dopo un dibattimento di appena otto giorni. Quando vide quale piega il processo prendeva, Velia Matteotti chiese al Presidente della Corte d’Assise di estraniarla dal suo andamento, che rappresentava un’offesa alla “memoria stessa” del marito.

A patrocinare Velia Matteotti al processo farsa di Chieti, dove gli imputati vengono accolti dalla popolazione come eroi del fascismo, è l’avvocato Pasquale Galliano Magno che sconterà sul piano personale e professionale le conseguenze di quella sua libera scelta. Abbiamo appreso da un articolo del Corriere della Sera del 14 febbraio 2012 che furono innumerevoli le perquisizioni nel suo studio e il sequestro di documenti e che fu vittima di agguati, percosse, cure all’olio di ricino. Tanto da essere costretto a vendere la casa di Chieti, la sua città, e a trasferirsi a Pescara “dove continuerà a lavorare in uno studio dove altri avvocati firmano gli atti che lui cura”.

L’avvocato Magno è morto nel 1974. Nel suo archivio verrà trovata una lettera di Velia Matteotti a lui indirizzata, ma “con la preghiera di inoltrarla a chi può decidere”. La sua assistita, per “il rispetto mai negato alla pietà famigliare”, chiedeva la restituzione di “tutto ciò che appartiene al suo defunto marito”. Una “falangetta”, la tessera ferroviaria, una ciocca di capelli, giacca e pantaloni e, “se nulla lo vieta, la lima ritrovata nella fossa della Quartarella”. L’avvocato scrisse “a chi può decidere”, ma nessuna delle richieste della moglie di Matteotti verrà soddisfatta.

Lei e Giacomo s’erano conosciuti a Boscolungo nella luce dell’Abetone. E forse fu a partire dei primi incontri che Velia si rese conto di quanto la vita fosse per Matteotti terribilmente seria. Ma la loro storia – ha scritto Simonetta Fiori su Robinson – fu “molto sognata, desiderata, ostinatamente inseguita ma mai realizzata appieno”.