senato-diffamazione_650x447E sarebbe questa la “buona scuola”? La scuola che cancella democrazia e diritti e dà pieni poteri ai dirigenti?

Si può solo sperare che il Senato ponga rimedio alla farneticazione collettiva con cui sono stati votati alla Camera gli articoli 8, 9 e 10 della riforma. Altrimenti avremo una scuola pubblica con minori risorse, sempre più povera, ridotta ad azienda e con insegnanti senza lavoro dopo una vita di precariato. Non più liberi e soggetti alla scelta e alla valutazione dei presidi cui la riforma assegna il potere di conferire e revocare incarichi e supplenze.

Presidi sceriffi già li chiamano o con poteri extra large. Quanto vi sia di costituzionale in tutto questo è da dimostrare. Finora abbiamo saputo che a un posto pubblico si accede per concorso non per chiamata del dirigente. E abbiamo saputo anche che le graduatorie degli insegnanti precari, benché discutibili, sono state un mezzo per evitare favoritismi e clientelismi vari. Quello cui invece adesso potremmo assistere, fatta salva la buona fede dei presidi.

C’era bisogno di una riforma, di mettere ordine nella giungla della scuola italiana. Ma tenendo presente (invece di ignorarli e di aggravarli) quali sono i suoi veri problemi: aule sovraffollate, istituti fatiscenti fuori dal rispetto delle norme di sicurezza per alunni e studenti, pochi insegnanti di sostegno, intelligenza e professionalità dei docenti mortificate da decenni di precariato, di pendolarismo, di corsi di abilitazioni costosi per avere finalmente l’agognato posto fisso e poter insegnare con serenità. E un altro dei suoi problemi era correggere quanto di sbagliato c’è nella precedente riforma Gelmini.

La scuola non è un’azienda. Non può esserlo. E quella pubblica va tutelata per garantire a tutti il diritto allo studio: a chi può permetterselo e a chi no.

Questa è invece una riforma di destra, che riduce la scuola pubblica a scuola di periferia privilegiando così gli istituti privati, le scuole per ricchi. E che non sia davvero questa l’intenzione, la volontà politica?

Quando Renzi, all’inizio del suo mandato, ha visitato le scuole italiane si sarà certo reso conto di quali ne erano le condizioni. Avrà parlato con gli insegnanti e ne ha notate le frustrazioni per non poter svolgere sempre al meglio il loro compito. Avrà visto che non servono i nuovi strumenti multimediali senza un personale ATA (altra piaga di precariato) in numero adeguato per farli funzionare.

Ebbene, questo presupponeva che si ponesse rimedio alla scuola voluta dalla Destra nei governi precedenti. Ma lui, nel complesso, ha continuato sulla stessa strada (come ha fatto con il Jobs Act). Senza tenere in alcun conto il programma sulla scuola con cui il centrosinistra si era presentato alle elezioni del 2013.

Che volete? Così vanno ormai le cose nell’Italia dell’uomo solo al comando.

(g.c.)