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Tra referendum e populismi vari

La domanda chiave è come uscire dal bipolarismo italiano caratterizzato nella sua ultima fase, più d’un decennio ormai, dalla dilagante tentazione dell’antipolitica e persino dell’antiparlamentarismo se non verrà respinto il taglio degli eletti.

La visione, il libro di Alessandro Barbano, senza nascondere le odierne difficoltà dell’impresa, risponde con la proposta di un’area neocentrista e liberale per guarire la politica italiana dalla doppia infezione populista: quella a 5Stelle e quella leghista, molto più pericolosa.

Ma perché è difficile quest’impresa e sino al punto da essere considerata oggi come una vera e propria utopia? È difficile innanzitutto perché le forze politiche che dovrebbero farsene carico (Italia Viva, Azione e Forza Italia) sono largamente minoritarie nel paese. Per di più un paese in cui la tradizione liberale, benché culturalmente forte, non ha mai goduto di ampio consenso. E in secondo luogo perché lo stesso autore del libro non crede all’alleanza di governo tra M5Stelle e Pd come a una base di partenza per una simile prospettiva. Forze troppo diverse per dar vita a un’alleanza che vada oltre i fattori contingenti. E, soprattutto la prima, troppo lontana da una cultura liberale su temi come giustizia, scuola e mercato. Ragioni più che valide a rendere velleitaria, nel contesto attuale, La visione di Barbano. Ma nello stesso tempo più che valide per farci riflettere sulla fragilità strutturale della nostra democrazia così spesso incline, in questa fase, ai populismi e alla demagogia.

Per quanto poi riguarda il prossimo referendum sul taglio degli eletti c’è da dire che dall’antipolitica all’antiparlamentarismo il passo è breve. Spesso si tratta della stessa cosa. Qual è l’assunto attuale? Che il sistema politico-parlamentare (evitiamo, per non perdere tempo, la discussione sui costi e sugli eventuali risparmi, davvero irrisori) presenta dei difetti e ne va dunque ridotta la rappresentanza?

Come viene posto è un assunto tipicamente populista e facile da smontare. Perché non si può migliorare il sistema esasperandone i difetti. Uno su tutti: il divario tra eletti ed elettori già adesso abbastanza marcato. Candidati, mai presenti nel collegio di appartenenza, eletti in liste bloccate, scelti in base alla fedeltà ai rispettivi leader di partito. Riducendo il numero degli eletti, questo divario si accentuerebbe, impedirebbe ai candidati di poter coprire durante la campagna elettorale lo spazio esteso dell’intera circoscrizione, renderebbe le istituzioni rappresentative ancora più lontane dai territori, ancora più incapaci di seguirne i problemi e le legittime istanze di soluzione. Insomma, viene da dire al Movimento5stelle che se questa, sottoposta a referendum, è una riforma costituzionale, meglio (e più organica certamente) era quella di Renzi. Viene da dirgli che se l’obiettivo del Movimento è quello di combattere la partitocrazia e la cosiddetta “casta”, così ne costruisce un’altra. Più potente e in un parlamento svuotato. Meglio concentrarsi sul taglio degli stipendi dei parlamentari. E su una nuova legge elettorale finalmente seria.

Gaetano Cellura