Il problema è stato sollevato su Repubblica da Francesco Merlo e da Nino Alongi. Merlo non ha usato mezzi termini: lo Statuto regionale va abolito, “bisogna cancellarlo dalla Costituzione”. Pur condividendo le accuse (un buco di più di cinque miliardi, il costo eccessivo del parlamento siciliano, due volte più del Lazio e 5 volte più della Lombardia, gli stipendi e le prebende dei deputati e del governatore, il ceto politico in larga parte parassitario che ne è scaturito), Alongi replica a Merlo sostenendo che sarebbe più giusto non abolire le istituzioni ma cacciare chi le ha svuotate e tradite. Inutile ricordare le origini dello Statuto e dell’Autonomia siciliana. Nata, e in parte concessa dallo Stato centrale più per necessità che per reale convinzione, in una fase storica di forte ribellione sociale, di rabbia antigovernativa, ma anche d’uno stretto intreccio di interessi tra la mafia, gli agrari e le forze reazionarie che alimentavano il fuoco del banditismo e del separatismo. Inutile dire l’uso che, nei decenni successivi e sino a oggi, alla sua mortificazione, abbiamo fatto dell’Autonomia. Franchigia e privilegio per pochi al cospetto di un’arretratezza politica evidente, di una forte emigrazione della meglio gioventù siciliana, di uno strapotere mafioso che ha condizionato la politica e il governo dell’Isola condannandola all’emarginazione e al sottosviluppo. Cose che sappiamo. Che ognuno di noi sa. Ma ora che si tende a costruire un’Europa federale, un’Italia federale e a rendere lo Stato centrale sempre meno accentratore, ora che anche altre regioni italiane a statuto ordinario stanno dando pessimo esempio di sé, ha senso abolire lo Statuto? Sarebbe la soluzione ai nostri mali storici se poi mandiamo sempre a governare la Sicilia le stesse persone e gli stessi partiti? Una riforma è necessaria, senza dubbio. E nel senso della moralità e delle competenze innanzitutto. Una riduzione del numero dei deputati all’Ars è urgente, così come la fine di quella finanza allegra che ha portato l’Isola alla bancarotta e di quel clientelismo immorale su cui si è fondato e si fonda il potere personale e di gruppo della stragrande maggioranza della classe politica siciliana. Impariamo a difenderci da certi politici. Impariamo a conoscerli meglio e a bocciarli. Impariamo a riconoscere i veri traditori dello Statuto, come dice Alongi, e avremo fatto, già a partire dal 28 ottobre, un grosso passo avanti.

Gaetano Cellura