Siamo davvero un popolo democraticamente maturo? Certi comportamenti ne farebbero dubitare. In specie quando molti di noi abusano delle proprie libertà dimenticando – e per menefreghismo spesso – che i nostri diritti non possono pregiudicare i diritti e le libertà degli altri. Come il diritto dei residenti in Sicilia, per mettere le cose subito in chiaro, a non essere infettati. Soprattutto da chi torna dal Nord o dall’estero senza rispettare i decreti che proibiscono gli spostamenti da un paese all’altro. E lo scriveva già Boccaccio nel Decamerone, se ricordo bene: “E lasciamo stare che d’un cittadino l’altro schivasse, e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura; et i parenti insieme rade volte, o non mai, si visitassero e di lontano”. Questa opportuna premessa tira in ballo ineluttabilmente, oltre ai comportamenti irresponsabili, anche i rischi e gli inconvenienti delle società aperte.

Le restrizioni obbligatorie in Cina hanno funzionato meglio. Perché le dittature agiscono in modo diverso dai paesi liberali. Beninteso: nessuna esaltazione del “modello cinese”. Anche perché il paese asiatico ha nascosto a lungo la pericolosità del contagio permettendone la diffusione. E se vi facciamo per un momento riferimento è solo per ricordare quanto le società aperte siano più esposte e deboli, tanto alle epidemie (più deboli cioè, una volta che ne siano state colpite, nell’applicazione delle misure sociali per contenerle e nel garantirne poi, con rigorosi controlli, la rigida osservanza), quanto al terrorismo proditorio.

Ma una matura coscienza democratica e liberale saprebbe come difenderli i suoi “fragili” confini. Radicando in questa coscienza principi, come si vede, non ancora sufficientemente radicati: e per primo il principio che la nostra libertà e i nostri diritti (anche di muoverci, soprattutto di muoverci in questo momento) valgono finché non sono lesivi delle libertà e dei diritti degli altri. Il diritto in questo caso – e lo ribadiamo – a non essere infettati da chi non rispetta decreti e ordinanze e porta in Sicilia il contagio.

Non si capisce come una vecchia Renault, partita dalla Francia, abbia potuto attraversare indisturbata l’intera penisola, passare lo Stretto e arrivare ad Acitrezza. Forse quanto sta succedendo in questi momenti a Messina, con il Presidente della regione e il sindaco della città che, assumendosene la responsabilità, hanno bloccato gli sbarchi ai cittadini privi di un giustificato motivo per attraversare lo Stretto, è il segnale di qualche altro limite di certe democrazie liberali: e cioè che, da un po’ di tempo, si è diffuso (fino a diventare consuetudine) un certo lassismo nei controlli per imporre il rispetto delle regole con pesanti sanzioni – ancora più grave questo lassismo quando ci va di mezzo la salvaguardia della salute pubblica.

E per quanto confusi siano stati i decreti del governo, per non parlare poi delle autocertificazioni (quasi una al giorno diversa dalle precedenti), non valgono a nulla se non sono seguiti da un rigoroso e rigido controllo da parte di chi sul territorio deve farle rispettare. È la nostra attuale storicità del vivere. Difficile da accettare quando sono in gioco le libertà personali, soprattutto quella di muoversi da una parte all’altra del paese. Ma non c’è altro da fare. Anche le democrazie posso ricorrere, quando è necessario, a temporanei stati d’eccezione. Ai quali dobbiamo adeguarci. E facciamolo anche per riconoscenza a quanti – medici, infermieri, funzionari della Protezione civile – perdono la vita per salvarla agli altri. Non dite che è il loro mestiere: perché tanti medici in pensione sono rientrati in servizio. E chi gliel’avrebbe fatto fare? Chi gliel’avrebbe fatto fare al Padre Cristoforo dei Promessi sposi di assistere gli appestati incurante del pericolo? C’è un’opera molto citata in questi giorni anche da chi non l’ha letta. È La Peste di Camus. Che, come prima cosa, è una riflessione sulla solidarietà umana. Solidarietà che non basta mai, anche quando è troppa.

(g.c.)