di Gaetano Cellura – Per Gobetti la libertà finì quando i fascisti lo presero a bastonate e gli chiusero la rivista Rivoluzione Liberale. La prima aggressione gliela procurò la pubblicazione dell’articolo Come combattere il fascismo. A viso aperto, come doveva combatterlo un liberale europeo che vede nella libertà il suo Assoluto. Matteotti era stato ucciso, la libertà di stampa soppressa: alla guerra civile dei fascisti occorreva rispondere con una guerra più aspra, promossa unitariamente dagli antifascisti, senza mezzi termini.
Gobetti rimase in Italia finché gli fu possibile. Quando le diffide e le ingiunzioni prefettizie si fecero quotidiane, partì per Parigi con lo scopo di far lì l’editore libero, l’editore ideale che voleva essere. Ma due giorni dopo l’arrivo nella capitale francese, debilitato dallo scompenso cardiaco che l’aveva colpito a Torino, si ammala di bronchite e muore il 16 febbraio del 1926. Piero aveva venticinque anni, genio precoce che dell’Italia aveva capito tutto. Tutto ciò che non vi funzionava: una modernità purtroppo disgiunta dalle lotte operaie, la degenerazione parassitaria e corruttiva del giolittismo, il cattolicismo come ossequio all’autorità e soprattutto il fascismo come autobiografia della nazione. Ed è triste scoprire che nel centenario della sua morte non ne siamo ancora vaccinati. In quello stesso anno, due mesi dopo, sempre in Francia, nella clinica Le Cassy Fleur di Cannes, muore il deputato Giovanni Amendola, il protagonista della secessione dell’Aventino. Un altro liberale. Anche lui era stato bastonato dai fascisti ferocemente. Anche lui era morto per le conseguenze di quelle bastonate.








