di Gaetano Cellura – Flotilla è il ritorno dell’umano. Dell’umano oltre il rischio. Dell’umano a dispetto del rischio che le persone sulle barche dirette a Gaza corrono. Bisognava muovere le acque dell’indifferenza verso chi viene fatto morire di fame e di sete – e bombardato decimato sterminato.
E “non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla”. Il verso del Purgatorio dantesco allude alla fragilità delle nostre esistenze. Ma c’è un posto del mondo – Gaza soprattutto, ma anche l’intera Palestina di questo passo destinata a scomparire – dove l’esistenza è ancora più fragile, il suo popolo a rischio d’estinzione tra le macerie fumanti.
Eppure, c’è una parte d’opinione pubblica che vede come provocazioni la missione umanitaria della Flotilla e le manifestazioni di piazza a favore della martoriata Palestina. Fosse magari fiducia ingenua nelle trattative diplomatiche. Macché, è cinismo, indifferenza verso la pulizia etnica in atto, persino disprezzo per chi chiede di tornare umani.
Flotilla fa quello che i paesi europei avrebbero dovuto fare. Che senso ha ripetere la vuota formula “due popoli due stati” quando c’è un solo stato, armato fino ai denti, che non ha mai smesso di sparare? Che senso ha, se non quello di vuota retorica, riconoscere lo stato di Palestina quando non si fa nulla per fermare chi dice apertamente che quello stato non lo vuole e ne ha di fatto annesso il territorio, eliminato il suo popolo?
Noi europei crediamo in questo modo di ripulire dal rimorso le nostre coscienze. E fingiamo di non vedere l’unica pulizia in corso: la pulizia etnica perpetrata su gazawi e palestinesi. Che prelude al disegno geopolitico del “Grande Israele”.
Flotilla è lì, in quelle acque verso Gaza, per ricordarci che la fame non può essere strumento di guerra, che gli stati non possono continuare ad esistere soltanto come macchine di guerra, e che solo diventando “angeliche farfalle” gli uomini possono tornare umani.








