di Gaetano Cellura Fu per C., per la misteriosa donna partita e andata lontano, al di là del mare, che Cesare Pavese si uccise il 27 agosto del 1950? O invece, e come pure si pensò, per una delusione politica? Emilio Cecchi, leggendone il Diario 1935-1950 e mostrandosi nel complesso soddisfatto del lavoro dei suoi ordinatori prima di darlo alle stampe, non ebbe dubbi: “Tra le supposte causali del suicidio, quella degli scrupoli politici è una che si scorge meno delle altre”. Ma neppure ai dispiaceri amorosi Cecchi diede molto credito. Sempre a tenere come bussola il Diario. Nel quale, qualche mese prima, Pavese aveva scritto: “Non ci si uccide per amore d’una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità”. Nel nostro nulla.

Dei narratori della sua generazione era il migliore. Artista-critico conoscitore della sua e dell’altrui letteratura. All’attività di scrittore unì quella di insegnante e di traduttore. Traduttore di alcune delle migliori opere in lingua inglese. E mentre era impegnato nella traduzione di Dos Passos e di Joyce conobbe Tina Pizzardo cui dedicò la poesia Incontro. La incontrò sotto “stelle ambigue, nella foschia d’estate”. Lei era come una macchia chiara nella sera. Sentì la sua voce uscire dall’ombra, all’improvviso, confondersi con il profumo delle sue amate colline. Ed era aspra, “una voce d’altri tempi”. Tina aveva la voce rauca.

Ma non ci si uccide per amore. E Pavese non si uccise né per lei né per la misteriosa C. andata lontano, aldilà del mare. Ci si uccide, Pavese si uccise (a quarantadue anni) per quella personale vocazione al nulla presente nelle pagine del suo Diario. Come si vede, non manca materia (rubando a Cecchi le parole) per “freudiani e consimili”. La morte, e prima della morte il carcere e il confino per l’accusa di antifascismo, l’aveva conosciuta durante la guerra. S’era rifugiato nella casa in collina per sfuggirvi e vedere con distacco la storia che passa. Come fa Corrado, il protagonista del suo migliore romanzo. Ma lì la guerra lo raggiunge lo stesso, col suo carico di orrori. La guerra tra nazifascisti e partigiani. Che gli fa dire, di fronte a un morto sconosciuto messo a terra e imbrattato di sangue, un morto repubblichino di fronte al quale si ferma per la paura e l’umiliazione di scavalcarlo, che ogni guerra è una guerra civile. Perché potremmo esserci noi al posto di quel “caduto che somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Davide Lajolo, che ne scrisse la biografia, dice che Pavese era uomo di scatti d’orgoglio improvvisi e di silenzi tetri. Nel baule che la sorella dello scrittore gli permise di aprire, Lajolo trovò una tessera del partito comunista e molte lettere: indirizzate a donne e a studiosi americani. Per certi suoi giudizi sul fascismo e sull’antifascismo non fu però mai visto come un buon compagno. Ma non ci si uccide per motivi politici. Non ci si uccide per una donna. Le donne in carne e ossa che non sa avvicinare. Semmai ci si uccide per la nostra nudità e il nostro nulla, che l’amore mette allo scoperto. O più probabilmente per quella solitudine interiore che le era compagna inseparabile e che gli faceva ritenere prossima, nell’aridità del mondo, la fine della poesia e delle parole. Sembrava dormire, nell’albergo di Torino, quel 27 agosto di settantacinque anni fa. Ma aveva ingoiato una quantità tale di sonniferi da non svegliarsi più. “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppo pettegolezzi”, scrive proprio quel giorno nel suo diario. A giugno La bella estate, il libro di Torino, come lui lo chiamava, aveva vinto il Premio Strega. Ma nemmeno il premio ricevuto lo solleva dalla depressione. Per Lorenzo Mondo, un altro suo biografo, Pavese era “un antico ragazzo”.