220px-Orhan_Pamuk_Shankbone_2009_NYCI muri sono d’attualità in Europa. I muri per impedire all’altro – straniero, “diverso”, richiedente asilo – di oltrepassare i tuoi confini. E uno scrittore come lui ne avrebbe parlato al festival letterario di Taormina (dove ha ricevuto l’Award for Literary Excellence) anche se proprio Ultimi muri non fosse stato l’argomento dell’incontro. Ha detto: “È qualcosa di fronte al quale non bisogna fermarsi. Il modo migliore per evitare un muro è comportarsi come se questo non esistesse avendo ben presente che esiste, ma non facendosi condizionare dalla sua presenza”.

Orhan Pamuk si riferisce soprattutto al filo spinato che demarca i confini e ora anche agli eserciti schierati contro gli “invasori”. Ma allarga il discorso ai muri che ognuno incontra nella vita, alle difficoltà di realizzare aspirazioni proprie, ambizioni e sogni. Al muro che contro di noi alzano i nostri nemici. Anche questo bisogna far finta che non ci sia, non esista. E tirare avanti.

Naturalmente lo scrittore turco (Premio Nobel per la letteratura nel 2006) parla anche della Sicilia. Conosciuta solo attraverso Pirandello, Sciascia e Verga. E che ora vuol conoscere visivamente, materialmente. Conoscere Palermo, soprattutto.

220px-Orhan_Pamuk3L’Europa ci ha rimesso la faccia sul grande problema umanitario dei profughi che bussano disperati alle sue porte. E c’era da aspettarselo, prigioniera com’è di egoismi nazionali e potere del denaro. Insensibile, come il resto dell’Occidente, alle guerre in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia. Paesi dai quali i profughi arrivano. Divisa su tutto, quest’Europa irriconoscibile. Sulle quote d’accoglienza e su come gestire un’emergenza sociale che rivela il nanismo politico dei suoi uomini di Stato.

Benché “impegnati” e comunque più sensibili di altri a certi problemi per indole e cultura, non spetta agli scrittori dare le soluzioni. Pamuk ha detto a Taormina che “tutti possiamo essere tutti”, che le identità contrarie possono convivere, che non bisogna pensare al bene e al male in opposizione. È la più grande lezione di Dostoevskij. Ma l’abbiamo imparata?

Lui, Pamuk, si è schierato contro le persecuzioni. È uno scrittore che prima ha rifiutato il riconoscimento di “Artista di Stato” per evitare ogni forma di coinvolgimento politico con la presidenza della repubblica del suo paese e che poi, a Francoforte, nel 2008, alla Fiera del Libro, ha denunciato la censura e la persecuzione degli scrittori in Turchia alla presenza proprio del suo Presidente.

Il Museo dell’innocenza, il primo romanzo che ha scritto dopo aver ricevuto il Nobel, ha vari aspetti. Varie allusioni ha l’innocenza del titolo. Dal sesso visto come peccato nel mondo islamico prima del matrimonio, alla semplicità e al candore dei ceti bassi di fronte al potere e al denaro, e al potere del denaro.

La povertà era considerata una colpa dalla cultura occidentale negli anni Cinquanta e Sessanta. Una colpa di cui si poteva essere perdonati se si diventava ricchi.

Anche ora è così. Quale altra colpa hanno queste masse di profughi respinti se non quella di essere poveri e di voler vivere lontano dalle guerre?

Ma non sembra esserci speranza di perdono per loro. È uno di quei momenti, nella storia del mondo, un momento di cui ignoriamo la durata, il tempo, in cui uno scrittore deve avere il coraggio di dire l’indicibile. Orhan Pamuk questo coraggio, di cui è priva purtroppo la politica europea, per quel che lo riguarda l’ha già dimostrato.

Gaetano Cellura

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