- di Gaetano Cellura – Anna Maria Ortese aveva quel che si dice un caratteraccio: e ne era consapevole. Ma sapeva anche essere infinitamente dolce. Della dolcezza che dispensa nelle Lettere a Mattia, raccolte da Adelphi con il titolo Vera gioia è vestita di dolore. Lettere che sono pagine di grande letteratura, sguardo sul mondo, sentimento delle relazioni. Mattia è Marta Maria Pezzoli, dalla scrittrice conosciuta a Bologna nel 1940. Sola sorella – la chiamava. Parlare con lei, scriverle era per la Ortese come il momento in cui salutava il sole e poi le stelle.
Se integriamo a questo epistolario – ricco pure di dolore, il dolore per la morte in guerra del fratello – alcune sue poesie, viene fuori un ritratto interiore completo dell’autrice di L’Iguana, Il porto di Toledo, Il cardillo addolorato, Il mare non bagna Napoli. Un ritratto del Diverso che l’abitava e che guardava, senza vederli, i giardini dell’anima e le sue viole disperse.
Anna Maria Ortese cambiò case e città. Fuggiva dalla folla, dalle “macchine atroci”, in specie dai “patiboli in piazza. L’uno a vedere come/muore l’altro”. Fuggiva dalle infamie del mondo. Non voleva essere “cronista del futuro”. I patiboli di cui ci parla potrebbero essere, leggendo adesso i suoi versi, le scene strazianti di Gaza, dove ogni mattina al risveglio “piove nero sui vetri” e senti gridare “campane funeste”. Ammesso che ce ne siano ancora a Gaza vetri e finestre, pioggia sulle macerie, campane funeste. E che ci siano ancora risvegli.
“Nessuno verrà mai su questa terra/a dirci la ragione delle cose… a svegliare i morti bambini,/a svelare la legge totale della/Iniquità”. La poesia della Ortese è una preghiera con le mani sempre giunte. Il paese strano da cui vuole andare lontano, rotta “dalla stanchezza della sera”, la stessa stanchezza del Diverso che l’abitava, questo paese è il mondo straziato. Senza un’amica-sorella a cui scrivere lettere. Il mondo che stava intorno a lei. E intorno a noi.








