Antonio-conte-dopoÈ considerato – e sarà pur vero – grande “motivatore”. Bravo cioè a caricare i giocatori e a ottenerne il massimo. Ma in Europa non l’ha mai cercato nessuno. Forse perché gioca a tre in difesa, modulo che nessun allenatore di vaglia adopera e si sogna di prendere in considerazione. Più probabilmente perché tutte le volte che con la sua Juve varcava le Alpi raccoglieva solo magre figure. Puoi dominare in Italia per tre anni di fila – cosa comunque meritevole – ma se vai male in Champions, non entri nel Gotha degli allenatori. Lasciamo perdere comunque le opinabili considerazioni tecniche e pure il compenso che Antonio Conte, nuovo commissario tecnico della Nazionale, percepirà in due anni di contratto, superiore a quello di importanti manager di Stato. Parliamo d’altro. La prima vittima della sua nomina, come di quella di Tavecchio ai vertici federali, è il “codice etico” cui tanto teneva il duo Abete-Prandelli che li ha preceduti. Il Fatto Quotidiano ha subito sollevato il caso. E giustamente. Perché sia Conte che Tavecchio hanno dei precedenti. L’allenatore è stato squalificato due anni fa per omessa denuncia della combine tra l’Albinoleffe e il Siena, di cui sapeva. Le due squadre si erano accordate per il pareggio. E il nuovo presidente della Figc ha avuto cinque condanne penali, tra il 1970 e il 1998, per un totale di un anno e quasi quattro mesi di reclusione.

È vero che l’uno e l’altro hanno scontato le rispettive pene. Che Tavecchio, ex sindaco della sua città, è stato pure riabilitato e che nulla più figura nel suo casellario giudiziale. Ma – fa notare l’articolo del Fatto – sarebbe stato meglio, per ragioni d’opportunità, nominare al loro posto “persone senza alcun tipo di precedenti”.

Il cosiddetto codice etico, forse la migliore pensata della gestione Abete-Prandelli, impone ai giocatori comportamenti esemplari, pena l’esclusione dalla Nazionale. Il difensore Domenico Criscito ne sa qualcosa: coinvolto nell’inchiesta sul calcio scommesse, non venne convocato per l’Europeo del 2012. Il codice etico doveva valere anche per la scelta del nuovo presidente federale e del nuovo tecnico. Non per fare del moralismo spicciolo: ma bisogna chiedersi con quanta credibilità Tavecchio e Conte possano ora imporlo agli altri, ammesso che resti in vigore. Si sa comunque come vanno le cose nel calcio: basta qualche partita vinta per far dimenticare per sempre codici e buoni comportamenti.

Gaetano Cellura