Questa del Recovery Plan era l’occasione, e lo è ancora, il tempo non è scaduto e si può quindi rimediare: era l’occasione, dicevo, per occuparsi un po’ del Mezzogiorno, del “nostro” Mezzogiorno, nostro per modo di dire, perché (e per quello che geograficamente rappresenta in termini di ritardi, senza dubbio, ma anche di potenzialità da sfruttare e come bacino elettorale) è dell’Italia e del suo futuro che parliamo, non solo di una sua parte. E si tratta di farlo uscire il Mezzogiorno dall’arretratezza in cui è finito per colpe sue, – delle sue classi dirigenti, intendo – ma anche per responsabilità storiche dei governi nazionali. Non si può tollerare che quest’area (così importante – lo ripeto – per il paese e anche per l’Europa, che infatti la raccomanda al governo italiano) sia ancora una volta trascurata o, quel che è peggio, dimenticata. Le indicazioni della Commissione europea sono chiare: impiegare questi fondi per “riallineare l’economia del Mezzogiorno al resto d’Italia, per la creazione di un forte polo euro-mediterraneo e farne il futuro baricentro dell’Europa”.

L’orientamento del governo giallorosso è di destinarne invece la maggior parte al completamento delle infrastrutture del nord. Perché devono essere impiegati i fondi del Recovery per opere progettate, autorizzate e da completare entro il 2026: e al nord sono più avanti da questo punto di vista.

Non vorremmo fosse la solita scusa per far fuori il Sud. Ma così la pensano le duecento personalità che hanno presentato il “Manifesto per il Sud: Ricucire l’Italia per un nuovo assetto euro-mediterraneo”. Un’area geopolitica per di più dove l’Europa è assente, dove la Turchia esercita in questo momento un ruolo preminente e dove senza una nostra piattaforma logistica le merci provenienti da Suez rischiano di passarci sotto il naso per approdare in Algeria. Vogliamo questo? Rinunciare alla nostra influenza in quest’area strategica?

L’Europa l’ha capito, stando alle sue linee guida sull’utilizzo del Recovery. Ma noi no, se continuiamo a investire solo nella parte più sviluppata del paese. Alla disunità d’Italia abbiamo storicamente pagato un prezzo elevato. L’Autostrada del Sole si è fermata a Salerno. Da Salerno a scendere, per non parlare della Sicilia, non abbiamo ferrovie ad alta velocità e il sistema della viabilità attende di essere da tempo completato. Ma abbiamo anche ottime università e aree di sviluppo e d’imprenditoria privata cui lo stato non può far mancare il proprio sostegno e le necessarie infrastrutture. I porti del Meridione possono essere messi nelle condizioni di operare in sinergia e di avere collegamenti rapidi. Inoltre è necessario intervenire nelle zone vulcaniche, che nel nostro territorio non mancano, e prevenirne i rischi. Avviare attività turistiche e di rigenerazione urbane compatibili con i territori. Non facciamola lunga perché non c’è, credo, cittadino del Mezzogiorno che ne sconosca i problemi atavici. L’Europa ci ricorda i nostri squilibri nazionali, ci chiede di colmare il deficit esistente tra il nord e il sud dell’Italia, ci indica quanto sia importante per la stessa Unione l’area del Mediterraneo. Ma noi facciamo di tutto per perdere questa opportunità.

(g.c.)