di Gaetano Cellura – Claude Eatherly aveva ventisette anni quando comunicò che la visibilità era buona per sganciare la bomba su Hiroshima. Finita la guerra, i suoi sensi di colpa diventano così laceranti da rendergli necessario il ricovero in un ospedale psichiatrico. Non fu il solo ad averli. Anche Robert Oppenheimer si accorse che gli scienziati avevano commesso il loro peccato originale e si rifiutò di collaborare, negli anni Cinquanta, alla costruzione di un’arma ancora più potente.

Con il lancio della prima bomba atomica, il 6 agosto di ottant’anni fa, l’uomo tocca il punto più elevato della (propria) vergogna prometeica. Ha creato e sperimentato lo strumento di massimo sterminio. Fatto ancora più grave, nell’era del predominio della tecnica, le sue mani si rivelano troppo piccole per controllare la grandezza del suo stesso prodotto. L’uomo si scopre antiquato per dirla con Gunther Anders, con il filosofo che sino all’ultimo dei suoi giorni non farà mancare il proprio impegno a favore della pace. L’uomo prova vergogna della propria subalternità alle macchine di cui è stato artefice. 

Il 6 agosto del 1945 è una data spartiacque nella storia del mondo soprattutto per questo. Agli effetti – mortali e devastanti – dell’ordigno nucleare e all’incubo della nuova era di cui esso stesso segna l’inizio, aggiunge l’introduzione di due elementi di profonda riflessione filosofica. Il primo riguarda l’impotenza dell’uomo potente, che può colpire ma che non può evitare di essere colpito: dar la morte al nemico, ma dal nemico riceverla. Il secondo la necessità storica di quella devastante esplosione e la sua giustificazione morale. Garantì agli Stati Uniti il controllo del Pacifico, ma forse non è storicamente vero che era il solo modo di piegare la resistenza del Giappone. La forza militare, l’effetto dimostrativo della bomba nucleare si scontra con la coscienza etica nella società tecnomorfa. Problema che ha caratterizzato l’intero dopoguerra e che rimane vivo nel nostro tempo. Anche sotto altre forme e certamente in dimensioni più accentuate. Si può disobbedire a un ordine che può causare stermini di massa, la stessa sopravvivenza della vita sulla terra? Questa e altre domande ci poniamo in questi giorni di fronte all’abominio in atto a Gaza. Quanta coscienza morale vi è in un soldato che spara sui civili affamati? E le immagini della Striscia non sono in qualche modo simili a quelle di Hiroshima e Nagasaki che ci vengono riproposte? L’uomo stesso non è antiquato anche per la sua incapacità di porre fine a una guerra di crimini contro l’umanità?

Per i suoi sensi di colpa, il pilota Claude Eatherly fu “l’ultima vittima di Hiroshima”. E anche l’ultimo uomo a provarli in questa nostra epoca del postumano.