c'era una volta in americaLavoravano sin da piccoli. A giornata. Con le coffe raccoglievano lo zolfo caduto dai carretti e lo portavano all’imbarco. L’alternativa era la pesca, la giornata a paranza. I quattro fratelli Lonardo e i sette fratelli Porrello – primi licatesi a emigrare in America all’inizio del Novecento – erano originari rispettivamente dei quartieri Marina Porta Agnese e San Paolo. Una vita povera cullata dal sogno americano.

Giuseppe Lonardo, a diciassette anni, fu il primo a sbarcare a New York e poi a trasferirsi a Cleveland. Da quel momento sarà Joe. Joe Lonardo. Abile ad avviare nella città dell’Ohio il redditizio commercio della frutta all’ingrosso. A Cleveland viene seguito dalla moglie, dagli altri membri della sua famiglia e da tutti i fratelli Porrello, prima suoi dipendenti e poi soci in affari.

Ma la vera fortuna di Joe Lonardo inizia con la vendita dello zucchero di mais impiegato nella produzione del whiskey, con il contrabbando della stessa bevanda durante il proibizionismo, e soprattutto grazie al coraggio mostrato in terra straniera (diceva di non temere nessuno) che fa di lui un capo riconosciuto e stimato. Tanto da essere chiamato “u baruni”, (il barone) e Big Joe.

Lo affiancano in quest’avventura americana i fratelli Porrello, con i quali divide le zone della città in cui operare, il pozzallese Arcangelo Agosto, suo sottocapo e compare (ha battezzato il primogenito di Joe, Angelo Lo Nardo) e Salvatore Todaro, cui affida la sovrintendenza della “società”. Lonardo, Agosto e Todaro hanno più o meno la stessa età e sembrano andare d’accordo. O almeno d’accordo vanno sino alla partenza di Big Joe per Licata, dove rimane sei mesi (per stare con la madre, si dice) e dove intreccia una relazione con una donna che poi porta con sé in America. Agosto è soprannominato il pozzallese, “u puzzaddrisi”, perché il padre era originario di Pozzallo, e in America vive da solo. La famiglia risiede nella palazzina liberty di Licata, all’ingresso del porto, chiamata “u palazzu d’u puzzaddrisi”, e progettata dall’architetto Basile. Salvatore Todaro era scuro di carnagione e perciò chiamato Black Sam. Pare che qualche amico fidato di Joe Lonardo l’abbia sempre messo in guardia da lui.

cleveland magazineA Cleveland i licatesi dominano la città. Tutto è tranquillo. Ma invidie, rivalità e voglia di sopraffazione li portano presto a dividersi. John Lonardo telefona a Licata e informa il fratello Joe della trama contro di lui dei Porrello, di Todaro e di Agosto. E così Joe Lonardo torna in America per rimettere le cose a posto e ristabilire le gerarchie all’interno della famiglia. Ma i tempi sono cambiati. Gli interessi sempre più forti. E la fame di potere sempre più insaziabile. Gli ex amici ritengono superati i suoi metodi e non sono più disposti a riconoscere un’autorità cui Joe Lonardo non intende tuttavia assolutamente rinunciare. E allora si tirano fuori le rivoltelle. Non più contro i nemici, ma per eliminarsi tra di loro. Nel frattempo altre famiglie siciliane, come quella di Frank Milano, acquistano potere e i giusti legami con membri eminenti della Cupola che da New York governa famiglie e cosche.

Joe Lonardo, il boss che non temeva nessuno, e il fratello John vengono freddati nella sala giochi dei Porrello durante un incontro cui partecipano anche Todaro e Agosto. Nessuno viene arrestato, per mancanza di testimoni, e gli omicidi attribuiti a dei sicari sconosciuti entrati all’improvviso dalla porta della sala che dà nel giardino.

Salvatore Todaro, alias Black Sam, assume il comando della famiglia d’accordo con Agosto e con i Porrello. Ma non per molto. La faida interna è ormai aperta. A ucciderlo è Angelo Lonardo, il figlio diciottenne di Joe, dopo che la madre ha a sua volta regolato i conti con il compare Arcangelo Agosto, “u Puzzaddrisi”. Scaricandogli contro, nel suo stesso ufficio, l’intero caricatore. Qualcuno li aveva informati che era stato Salvatore Todaro a uccidere Joe e John nella sala giochi dei Porrello e che “u Puzzaddrisi” faceva parte del complotto.

È il 1929, e sono passati due anni dall’uccisione di Big Joe e del fratello. Le salme di Todaro e di Agosto vengono trasportate a Licata e i funerali celebrati nella Chiesa Madre dal parroco Angelo Curella.

In quanto ai Porrello, Rosario e Raimondo vengono uccisi nel 1932 – Cleveland è ormai diventata immenso teatro di sangue – e gli altri fratelli, per aver salva la vita, sono costretti a cedere a Frank Milano l’intero controllo dello zucchero di mais. Della famiglia originaria, costruita da Joe Lonardo nella prima metà degli anni Venti, sopravvive solo il figlio Angelo, che con l’aiuto del cugino John Demarco ottiene la revisione del processo e l’annullamento della condanna all’ergastolo per l’uccisione di Salvatore Todaro. (L’altro omicidio, quello di Arcangelo Agosto, era rimasto impunito: “nessuno ha visto niente”, scrive il preside Carmelo Incorvaia che a questa storia di emigrazione, affari e sangue ha dedicato un capitolo del suo libro Lungo il piccolo Cássaro – Note di storia dalla Sicilia minore).

Spetta ora ad Angelo Lonardo fermare la parabola discendente della famiglia. E vi mette a capo il cognato John Scalise, dopo gli interregni di Frank Milano, del dottor Romano e di Alfred Polizzi. Scalise regna sino al 1976. Ma la famiglia, decimata da uccisioni e arresti, da tempo ormai ha perso, come scrive Carmelo Incorvaia, la “sua specificità licatese”. Anche il giro è cambiato: e gli interessi ora si concentrano sul racket, l’usura, la droga, il gioco clandestino, il controllo del sindacato del porto. Lo zucchero di mais e il contrabbando del whiskey sono per Angelo Lonardo solo ricordi giovanili. E parte di una lunga storia di congiure, tradimenti e vendette tra paesani e conterranei.

Arrestato nel 1983 con l’accusa di estorsione, si dichiara “pentito” per evitare l’ergastolo. Ne ha di cose da raccontare sul crimine organizzato, la sua gerarchia, le “sue segrete cose”. È il primo capo a pentirsi. “La più grande delusione della mafia” per gli altri capi.

Gaetano Cellura