LICATAEra bella Licata con i suoi tanti negozi lungo i corsi principali. Con le sue botteghe nelle strade (non ancora deserte) del centro storico. Era sì, anche allora, una città con i suoi problemi: il lavoro per i giovani sempre un miraggio, l’emigrazione un fatto obbligato, la “raccomandazione” in luogo del merito per cercare e avere un posto; le strade, i quartieri non sempre e non proprio puliti (ma mai così sporchi e abbandonati all’incuria come adesso), una politica che spendeva troppo rispetto alla disponibilità delle casse pubbliche e faceva debiti che poi la Regione o lo Stato ripianavano. Debiti accumulati, soldi spesi male per favorire amicizie e clientele politiche che oggi gravano purtroppo sulle nuove generazioni.

Ma era comunque una città “vitale”. Ancora “vitale”. Con un’economia (commerciale e artigianale) in certi momenti fiorente. Una Licata attiva in cui si poteva essere orgogliosi del proprio mestiere e delle proprie competenze.

La città odierna mostra solo attività chiuse per sempre, un’edilizia ferma ormai da anni, mestieri senza più fortuna o fuori mercato (per usare una brutta espressione di moda). Licata è questa oggi. Cioè quella che tutti vediamo, quella delle ultime campagne elettorali. Con una politica liquida e trasformistica, a destra e a sinistra: ammesso che queste categorie esistano o rappresentino ancora qualcosa nell’Italia di Renzi e in un’Europa falsamente unita, buona soltanto a commissariare gli stati nazionali e a imporre sacrifici insostenibili.

Sarà magari nostalgia, la nostra. Nostalgia delle forme di vita del passato. Nostalgia per l’attività antica del porto, per la piccola stazione ferroviaria ancora chiusa (il suo bar, la sua biglietteria, la sua sala d’aspetto). Nostalgia dei tanti barbieri e dei tanti ciabattini, che non lavoravano il lunedì. Nostalgia di un centro storico vivo e pulsante. Eppure, è ancora questa la Licata che molti di noi vogliono e chiedono al nuovo sindaco e alla nuova giunta. Una Licata con spirito di città e senza più commissari straordinari, per favore.

(g.c.)