Tesina-resistenzaE venne il suo momento. Il momento dell’Italia laica e minoritaria, figlia del Risorgimento e del socialismo dei fratelli Rosselli. Il momento del lavoro duro, impopolare. Quello che i grandi partiti di massa non volevano fare. Il lavoro di ricostruzione di un paese devastato dalla guerra e per il quale anche la Resistenza si rivelava sogno effimero.

Ferruccio Parri era uomo di grande coraggio, convinto che con gli ideali della lotta di liberazione dal nazifascismo si doveva ora governare l’Italia, costruirne la democrazia. Di lui, dei suoi capelli già bianchi tanti si fidavano, a destra e a sinistra, in quel giugno del 1945 quando venne nominato Presidente del Consiglio. Era stato capo partigiano con il nome di Maurizio, scampato alla prigione delle SS. Furono mesi di difficile governo. Aveva preso il posto di Bonomi, e De Gasperi nel dicembre del 1945 avrebbe preso il suo mantenendolo fino al 1953.

Sei mesi logoranti per Ferruccio Parri. Non sappiamo se capì subito, o solo strada facendo, d’essere per la Dc e il Pci l’uomo del Compromesso e della transizione.       L’uomo di governo nell’Italia dei tantissimi senza tetto, a Milano e a Torino, degli scioperi nelle fabbriche, e divisa tra un nord operaio che aveva fatto la sua rivoluzione industriale e un sud delle campagne sempre arretrato e tornato in mano al blocco agrario alleato con la mafia. Il nord aveva vissuto e sofferto più a lungo la guerra. Aveva fatto la Resistenza: sui monti, sulle colline, nella pianura Padana. La guerra fetida che ti cambia i connotati, quella con il pugnale dei fascisti, dentro le case violate, puntato contro il petto degli inermi padri dei partigiani, come racconta Davide Lajolo. Non sappiamo se capì subito che dell’eterno Compromesso della storia italiana, tra cattolici e comunisti, avrebbe pagato le conseguenze.

ferruccio-parriInsediatosi al Viminale, Ferruccio Parri, il comandante Maurizio dai capelli bianchi e dal linguaggio semplice con cui parlava agli italiani, viveva lavorando dalla mattina alla sera e rinunciando ai comodi e agli onori statali: riceveva operai e partigiani e insieme a loro forse ancora s’illudeva di dar vita a un paese moderno e a una democrazia solida. Ma l’Italia era in fermento, scioperi e proteste di quanti chiedevano case e lavoro, mentre la ricostruzione non poteva essere che lenta tra le macerie materiali della guerra e quelle morali della “doppia politica” o della politica del “doppio binario” messa in atto dai partiti di massa. Le jeep degli americani risalivano la penisola e il loro nylon diventava simbolo e sogno di un consumismo in quel momento ancora lontano.

Forse, nei suoi sei mesi di governo, Parri poteva essere aiutato dal Partito socialista, il solo in grado di opporsi al condizionamento che la Dc e il Pci esercitavano sul Presidente del Consiglio di quella povera e giovane Italia di settant’anni fa. Ma Nenni pensava ad altro (e ancora non si sa bene a cosa) che a uno stato laico: e non colse l’opportunità del cambio della moneta da cui in quel difficile momento dell’economia si potevano ricavare 600 miliardi di lire. Li considerava, con sprezzante sufficienza, calcoli per ragionieri.

Al comandante Maurizio l’avvertimento dello sfratto dal Viminale era stato dato dall’Unità. Con quel titolo, Sveglia Parri, che era un’evidente critica al suo governo alle prese con agitazioni sociali, scioperi e lotte contadine dietro cui c’erano gli stessi partiti che dovevano sostenerlo. In effetti, nel gioco della politica nazionale e internazionale, uno come Ferruccio Parri, nobile uomo della transizione, non serviva più. Perché il Compromesso – “storico” già allora – aveva vinto: il paese pacificato, la lotta partigiana disarmata, l’Europa divisa in blocchi contrapposti. Lui se ne andò dicendo che la Resistenza e le sue conquiste politiche venivano liquidate. E con lui – l’avremmo visto poi – svaniva per sempre il sogno risorgimentale di un paese laico e liberale.

Gaetano Cellura