Quasimodo non è il solo cui la guerra e la Resistenza hanno cambiato la poetica. La sua poesia si fece civile e ideologica in quegli anni. Anche se il poeta tornerà all’intuizione primordiale della parola dall’empito puro.

Con lui sono da ricordare Alfonso Gatto e in qualche modo Giorgio Caproni.  Del primo teniamo presente (da Il capo sulla neve) la poesia Anniversario: “Io ricordo quei giorni: nell’ignoto/mattino ove a svegliarci era il terrore”. Sono i giorni della guerra, naturalmente, quando il cielo è “come una voce muta”. Si sente solo la neve e nessun grido umano che non sia di pianto: il pianto della terra bevuto a fiumi dal silenzio. Parole che troviamo utili oggi, nel nostro 25 Aprile di uguale per molti aspetti desolazione cosmica. E di uomini e donne che per la pandemia esistono solo come creature piangenti. Il pianto delle “mamme annerite sulla neve/accanto ai figli uccisi”. Ma di Gatto sarebbe utile leggere anche la poesia Poveri. I poveri che “hanno il freddo della terra”. Ieri per la povertà prodotta dalla guerra e oggi per la devastante crisi economica causata dalla pandemia.

Giorgio Caproni ha combattuto sul fronte occidentale e ha partecipato alla Resistenza in Val Trebbia. Una partecipazione etica la sua. Nel senso che svolse compiti civili come commissario del comune di Rovegno. Della guerra parla in un felice resoconto che s’intitola Giorni aperti. Era un poeta che amava suonare il violino. E che amava due città particolarmente: la forte Livorno, dove nacque, e di cui sempre porterà con sé proprio la forza; e Genova, sua città dell’anima, dove si trasferì ancora ragazzino, e da cui fu la guerra a sradicarlo brutalmente. Lo ricordiamo per un’altra opera (per il suo titolo, almeno) che si lega agli avvenimenti tristi che stiamo in questo momento vivendo. Quest’opera è Il passaggio di Enea.

Enea, fondatore di città e di civiltà, vuol dire Anchise. Il vecchio padre, cieco e paralitico, che lui si caricò sulle spalle fuggendo da Troia in fiamme. E cui poi diede degna sepoltura. Anchise ci viene in mente relativamente al modo in cui sono stati trattati gli anziani in questa pandemia. Il poeta surrealista Eluard scriveva la parola Libertà sui quaderni di scuola, sugli alberi, su ogni foglio bianco. Era nato per conoscerla, per chiamarla e per ricominciare da questa parola così grande la propria vita dopo la liberazione di Parigi. Gli aerei degli Alleati lanciavano a migliaia di copie questa sua poesia sulla Francia occupata dai nazisti. È una parola – Libertà – che ha molto a che fare con il nostro 25 Aprile, anniversario della Liberazione.  Ma è anche un diritto – a essere assistiti e a non essere lasciati morire – che durante la fase più critica dell’epidemia abbiamo negato ai nostri padri e ai nostri nonni, alle persone più fragili, più ricche di memoria e sapienza antica.

Gaetano Cellura