di Gaetano Cellura – Pensata così, sembra un regalo postumo di tutto il centrodestra a Berlusconi. E un regolamento dei conti con la magistratura per le “persecuzioni” cui l’avrebbe sottoposto. Negli anni ottanta, sull’onda emotiva del caso Tortora, e sino alla riforma Cartabia, la separazione delle carriere tra pm e giudice terzo avrebbe avuto ancora un senso. Ma oggi che la Cartabia l’ha fortemente ridimensionata, obbligando il magistrato che aspira al cambio di ruolo – da Pm a giudice terzo o viceversa – a trasferirsi per dieci anni in altra sede da quella occupata al momento della richiesta, il senso della nuova legge è solo politico (non per nulla è stata Forza Italia, il partito del Cavaliere, ad averla voluta nel programma di governo).
Ѐ una legge che non favorisce lo snellimento dei processi né i problemi cronici del nostro sistema giudiziario: dalla carenza di magistrati e cancellieri al sovraffollamento delle carceri – dove scontare la pena somiglia sempre più spesso a una tortura. Ne salverei tuttavia l’impianto garantista, che mira a una vera e propria rivoluzione culturale: trasformare cioè un sistema pm-centrico in un sistema giudice-centrico. Da cui scaturisce l’accusa di attacco alla Costituzione da parte dell’ANM e dell’opposizione parlamentare. In realtà, a voler essere più precisi, di anticostituzionale non si vede niente nella riforma: i poteri del pm e la sua indipendenza non vengono toccati e il giusto processo garantito.
Probabilmente c’erano, come già detto, problemi più urgenti da affrontare in un campo delicato come quello della giustizia e del suo corretto funzionamento. Quelli sui quali è maggiore l’interesse dei cittadini. Un processo penale cioè che duri tre anni anziché sei; un processo civile che duri quattro anni anziché otto; un sistema carcerario vivibile. E se non si pone rimedio a queste reali storture, ogni riforma avrà solo un carattere ideologico e di eterno scontro.







