di Gaetano Cellura – Aveva una capacità direi unica di stregare la realtà. Ed è per questo che realismo e fiabesco nei suoi romanzi si sposano senza mai divorziare. Alla letteratura si affaccia con le poesie e i racconti. Poi, nel ‘48, passata la guerra, pubblica Menzogna e sortilegio, il primo dei suoi quattro notevoli romanzi. Con L’isola di Arturo vince il Premio Strega. Ma, prima di chiudere con Aracoeli, è nel 1974, con La Storia, che Elsa Morante sorprende tutti. Un romanzo di seicento pagine che fa discutere: soprattutto la critica di sinistra ci vede come una pessimistica accettazione del presente. Rossana Rossanda, sul Manifesto, scrive che vendere patate è meglio di vendere disperazione. Una stroncatura. Che mette in discussione le idee politiche dell’autrice.
In realtà, a volerla per forza etichettare, Elsa era anarchica. Come il protagonista maschile del suo romanzo, Davide Segre. Che vive l’esperienza dura e alienante della fabbrica e della catena di montaggio. Elsa Morante, della quale il 25 novembre è caduto il quarantesimo anniversario della morte, vedeva la storia come castigatrice degli umili, degli oppressi. E riteneva il potere – degli uni sugli altri -“la cosa più squallida, miserabile e vergognosa della terra”.
La vita, per lei, non doveva essere usata. Doveva essere vissuta. L’uso le toglieva spazio e durata. E la catena di montaggio tutta la bellezza. Senza la quale la vita non è più vita. I capelli sempre coperti dal foulard, Elsa Morante aveva un volto “da divinità antica” (dice Raffaele La Capria). Un volto che raramente si apriva al sorriso. Ai suoi tanti amici preferiva la vita solitaria, la compagnia dei gatti. E all’amicizia degli adulti quella dei ragazzini, dei “pochi felici” cui affidava la salvezza del mondo. Una grande scrittrice del Novecento, che alla letteratura ha aggiunto l’impegno per la pace. In tempi in cui si contavano i morti del Vietnam come oggi quelli di Gaza e dell’Ucraina. Ricordarla è importante. Ma ancora di più leggerla o rileggerla.







