Chi pensava che la giunta Lombardo in questo residuo di fine legislatura si limitasse a svolgere la funzione notarile del passacarte, accontentandosi di gestire l’ordinaria amministrazione, si sbagliava di grosso. Altro che ordinaria amministrazione. Udite, udite: in piena campagna elettorale, con partiti e candidati intenti a concionare nelle pubbliche piazze e quindi del tutto distratti da ciò che accade in Regione, qualcosa si muove nella penombra dei polverosi uffici dell’Assessorato all’Economia. Nelle segrete stanze del potere, quatto quatto, un carneade “Ragioniere Generale” vara una colossale campagna di dismissione del patrimonio pubblico regionale, nella speranza che possa passare in sordina, offuscata dai clamori assordanti di un agone elettorale costantemente sopra le righe. Peccato che la procedura di dismissione in questione appaia censurabile su molti fronti, ossia sul piano del se, del quando e del come compiere la dismissione. Partiamo dal se e quindi dall’opportunità per una giunta che ha le ore contate di deliberare un processo di vendita del patrimonio pubblico così corposo. Non possono non sollevarsi obiezioni di natura dapprima etica e poi giuridica. Non appare infatti corretto, sul piano dell’opportunità, adottare un atto politico-amministrativo così rilevante in una fase di transizione politica in corso. E’ noto che la rappresentatività degli organi elettivi scema man mano che si avvicina la fine del mandato elettorale. A ciò si aggiunga che, sul piano giuridico, sorge qualche dubbio sulla legittimità di un bando che è stato emanato nell’esercizio di un potere che esula l’ordinaria amministrazione. Passiamo al quando. L’avviso riguardante la possibilità di far pervenire manifestazioni di interesse per l’acquisto di immobili prevede come termine di scadenza le ore 13 del 22 ottobre 2012, cioè in piena campagna elettorale e prima dell’insediamento del nuovo Presidente della Regione Siciliana. E ciò che più insospettisce è che nonostante nel bando si chiarisca che l’invio di una manifestazione di interesse non presenti carattere vincolante né per la Regione Sicilia né per il manifestante, vi sia un richiamo ad una norma di legge che fa accendere più di un campanello d’allarme. E cioè, “nel caso in cui per uno o più lotti pervenga una sola manifestazione di interesse valida, ci si riserva la facoltà di procedere a trattativa diretta per la vendita dei singoli immobili”. Sì, avete letto bene: trattativa diretta. E allora per scoraggiare potenziali offerenti ad esprimere una manifestazione di interesse, in maniera tale che non venga superata la fatidica soglia di una sola manifestazione di interesse per ciascun immobile, cosa escogitano i solerti funzionari regionali? Avvolgono l’intera procedura in un manto di opacità e bizantinismi. E’ ora, dunque, di addentrarci nelle modalità operative della procedura. Premettiamo che si tratta della vendita di ben 27 beni immobili demaniali e patrimoniali di proprietà della Regione Sicilia, collocati in tutte le province siciliane ad eccezione di Ragusa, il cui valore è stato quantificato dalla stessa Regione complessivamente in € 71.786.000. Sul piano procedurale, la prima anomalia che balza subito all’evidenza riguarda la modalità di diffusione al pubblico dell’avviso. E’ stata infatti omessa la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, strumento di massima conoscibilità delle iniziative amministrative della Regione. Ed è stata altresì omessa qualsiasi forma di pubblicità su quotidiani locali o nazionali, contrariamente alla prassi seguita da tutti gli enti che nell’ultimo decennio hanno proceduto all’attività di dismissione del patrimonio pubblico. Insomma, la regola base per chiunque intenda cedere un proprio bene consiste nel far conoscere a più gente possibile la propria volontà di vendere il bene in modo tale da raggiungere un numero quanto più alto di potenziali venditori. Ed invece, l’avviso di dismissione è reperibile soltanto tra gli interstizi di un sito che soltanto gli addetti ai lavori a volte consultano. Questo modo di agire ricorda tanto quei bandi che, nell’epoca precomputerizzata, venivano affissi nel lato interno della porta dell’ufficio responsabile, in modo tale che, quando l’ufficio era aperto, nessuno poteva leggere il bando perché la porta toccava il muro. Scoprire il bando diventava una vera e propria caccia al tesoro. La seconda anomalia di questa curiosa procedura di dismissione è rappresentata dal fatto che, contrariamente alla prassi seguita in procedure analoghe, non si è compiuto alcun frazionamento dei beni offerti. Ciò comporta almeno due conseguenze negative. La prima è che la vendita di un intero edificio è meno remunerativa per il venditore rispetto alla vendita delle singole unità immobiliari. La seconda è che evitando di mettere sul mercato immobili di piccolo taglio sono stati tagliati fuori dalla partita i piccoli acquirenti, coloro i quali avrebbero potuto essere interessati ad acquistare un appartamento uso ufficio o abitazione ma che non possono lontanamente ambire ad acquistare un intero palazzo (basti pensare all’immobile in vendita ad Agrigento, in via Leonardo Sciascia, di 13.500 mq, il cui prezzo ammonta ad € 12.803.000 o ancora al bene in vendita a Catania, in contrada Torrazze, di 101.900 mq, il cui prezzo ammonta ad € 9.213.000). Una persona fisica difficilmente è in possesso di queste disponibilità per un investimento così ingente. Ecco allora che affiora un altro rischio della procedura. E cioè, siccome i destinatari dell’offerta sono, per il taglio degli immobili e per la decisione di non frazionarli, grosse società con considerevoli patrimoni, l’offerta si espone al rischio di attrarre, come il miele con le api, società in odore di criminalità organizzata, intenzionate a svolgere attività di riciclaggio. Ma su questo fronte non dovremmo correre nessun rischio visto che il Ragioniere Generale responsabile del bando, secondo quanto egli stesso dichiara, prima di essere reclutato tra le fila dei super dirigenti regionali, lautamente retribuiti, presiedeva la Banca Centrale di San Marino, paradiso fiscale notoriamente crocevia di riciclaggio internazionale. Altro elemento che lascia temere che l’obiettivo della dismissione non sia il raggiungimento del maggior ricavato possibile, è rappresentato dal fatto che, nell’era di internet e della tecnologia, sul sito non venga indicata una scheda illustrativa delle caratteristiche dell’immobile (comprensiva di perizia tecnica, fotografie ed ogni altro elemento necessario per pervenire ad un fondato giudizio sul merito dell’investimento). Si dice semplicemente che tutta la documentazione può essere acquisita a Palermo, in un determinato ufficio regionale ed a un determinato numero di telefono. Peccato che il numero di telefono indicato sul bando, che noi abbiamo provato a chiamare ripetutamente, sia un telefono che squilla a vuoto. Forse sarà collocato in fondo a un corridoio dell’assessorato non solcato dai famigerati  passeggiatori, assurti ormai a icona del neogattopardismo siculo. Ma forse è meglio non toccare questo tasto altrimenti qualcuno penserà bene di bandire un concorso pubblico per assumere alcuni risponditori telefonici o alzatori di cornetta.  Non rimane quindi che recarsi fisicamente a Palermo per ottenere copia della documentazione. Ma a questo punto ci si chiede come mai non ci si possa attendere da un soggetto pubblico che si accinge a svendere una parte consistente del proprio patrimonio, un canone di professionalità analogo a quello di mercato. Qualsiasi agenzia immobiliare dispone ormai di un sito internet in cui descrive nel dettaglio gli immobili offerti, anche se di modeste dimensioni, con indicazione delle foto e di ogni altro elemento utile. Ed invece, la Regione Sicilia ci tiene proprio a costringere i potenziali offerenti a compiere una defatigante e onerosa, benché amena, trasferta palermitana. Insomma, la procedura scelta sembra appartenere a un’era geologica fa. Basti pensare che si indica il numero di telefono cui chiamare ma non l’indirizzo di posta elettronica (sic!!). Ma soprattutto la Regione Sicilia dimostra di non monitorare le modalità perseguite dalle altre Regioni italiane in procedure analoghe e sembra quindi possedere un grado di alfabetizzazione finanziaria molto approssimativa, mostrando di ignorare il significato di espressioni come “cartolarizzazione di immobili”, “costituzione di fondi immobiliari quotati”, “valorizzazione del patrimonio immobiliare, prima della dismissione, attraverso il cambio di destinazione urbanistica”. Per non parlare poi di locuzioni molto più elementari come “pubblicazione del bando in lingua inglese”. E probabilmente la Regione Sicilia non ha mai neanche visto, o finge di non vedere, il modo in cui vengono realizzate le procedure di dismissione pubbliche realizzate dall’Agenzia del Demanio, la quale invece rispetta tutti gli accorgimenti qui descritti e quindi prima valorizza gli immobili e poi procede alla vendita, dando massima diffusione all’avviso, il quale viene pubblicato su diversi quotidiani nazionali ed internazionali (in questo caso in lingua inglese), corredando l’avviso di ogni notizia necessaria a comprendere il valore dell’immobile, senza costringere quindi i soggetti interessati a prendere un aereo in direzione Palermo, nel caso in cui l’offerente abbia la sfortuna di non essere siciliano. Evidentemente nella fattispecie la Regione Sicilia ha avuto una tale fretta di rendere noto l’avviso di dismissione del proprio patrimonio da non essere in grado di conformarsi alle best practices nazionali. Ci auguriamo quindi che la Regione Sicilia abbia il buon senso di revocare l’intera procedura o, in subordine, di non dare seguito alle manifestazioni di interesse eventualmente pervenute, consentendo alla insedianda giunta di ripetere la procedura, ove lo ritenga necessario, questa volta con tutti i crismi della legalità e della modernità.

Gioacchino Amato

(articolo pubblicato sul Quotidiano di Sicilia del 16 ottobre 2012)