Anche lui è stato un uomo del Secolo breve. L’ha attraversato vivendolo dalla parte dei deboli e contro i soprusi e le ingiustizie sociali. Ha vissuto le lotte contadine in Sicilia ed è stato segretario regionale della Cgil e del Pci. Era a Portella della Ginestra il giorno della strage. La prima della storia repubblicana. Emanuele Macaluso – abbiamo appena saputo della sua morte – era un uomo politico di straordinaria lucidità. Come pochi altri, sapeva interpretare i fatti. Come pochi altri, sapeva leggere la nostra storia, divisa dalla guerra fredda. Chi ha avuto la gioia di conoscerlo dice che discorrere con lui era salutare per la mente. Si è spento due giorni prima del centenario della nascita del partito comunista, a cui si è iscritto giovanissimo e in cui ha sempre militato. Nel 1921 a Livorno la sinistra italiana si divise per sempre condannandosi a un’eterna “dannazione”. I comunisti seguirono la via bolscevica, cantando l’Internazionale, e i socialisti rimasero dov’erano. Oggi sono in tanti a riconoscere l’errore di quella scissione che indebolì il movimento operaio e il proletariato.

Nel suo partito Macaluso si distinse sempre per le posizioni riformiste. Era considerato un “migliorista”, come Napolitano e Giorgio Amendola. In Sicilia fu uno degli artefici dell’operazione Milazzo, tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. Una grande passione politica che condivise con quella per il giornalismo. Fu direttore dell’Unità, del Riformista e della rivista Le ragioni del socialismo. Ogni mattina, finché ha potuto, usciva di casa per comprare i suoi cinque o sei quotidiani. Nella solita edicola. Era per lui come celebrare un rito. Laico, naturalmente. Penso si discuterà molto di lui in questi giorni. Giorni di vuoto che durano da troppo tempo ormai. Dal tempo in cui è stato consegnato alla storia il mondo di cui Macaluso faceva parte.

(g.c.)