Quarant’anni dopo sappiamo solamente che quel giorno avevamo quarant’anni di meno. Solo questo. Se non vogliamo accontentarci dei processi e della sentenza definitiva sugli esecutori materiali della strage. Dei mandanti ancora nulla si sa, di questa come di altre stragi. Licio Gelli è stato sì condannato. Ma per aver deviato le indagini. E quanto agli esecutori, a quelli che per la giustizia sono stati gli esecutori: Fioravanti e Mambro, continuano a professarsi innocenti.

Solo verità storiche, verità politiche dunque conosciamo. Ipotesi che lasciano spazio a idee ormai generali, e in larga misura condivise, sulla strage di Bologna, come su quella di Ustica e, a ritroso, fino a Portella della Ginestra. La lunga guerra fredda, i servizi segreti deviati, sentenze che non riescono quasi mai a dare un nome ai mandanti. E intanto tanti cittadini innocenti e inermi sono finiti, senza averne alcuna colpa, nel tritacarne infame della storia. Cittadini che si muovevano ognuno per i fatti propri sull’aereo precipitato nel mare di Ustica più o meno un mese prima. Cittadini sul treno o che quel treno attendevano a Bologna il 2 agosto del 1980. Ignari di un destino ricamato da mani criminali che si sarebbe fermato per loro alle 10:25 di quel giorno come ci dicono le immagini dell’orologio della stazione.

Difficile accettare – lo è stato per questi quattro decenni e lo sarà per sempre – che si possa morire, dilaniati da una bomba, solo perché Licio Gelli aveva un Piano di rinascita nazionale da realizzare (ammesso sia questa la verità) per spostare decisamente a destra, verso una destra autoritaria l’asse politico del paese. Oppure, come si dice ora c’era allora anche un “lodo Moro” da non sottovalutare come possibile movente. Il fatto cioè che, ucciso Moro, i palestinesi non potevano più aver diritto al rispetto dell’accordo del 1973, quando presidente del consiglio era Mariano Rumor, che garantiva all’OLP il passaggio di armi e di esplosivi sul territorio nazionale. Questa possibile verità emerge dalle carte della commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin. In base a tale accordo i palestinesi s’impegnavano a non fare attentati in Italia. Pare che l’omicidio di Aldo Moro abbia fatto saltare tutto e che la strage di Bologna ne sia stata la possibile ritorsione.

Ipotesi, credibili o meno, che non conoscendo i nomi dei mandanti e lasciandoli al semplice sospetto, ingarbugliano o deviano ulteriormente la ricerca di una verità giudiziaria.

Sul piano politico preme dire una cosa non proprio marginale, anche se conta poco o nulla per dare giustizia alle vittime e ai loro familiari. Nella destra parlamentare non vi fu lo stesso comportamento di fermezza nella condanna degli attentati neofascisti che ebbe invece il Pci, avversario dichiarato del terrorismo rosso. Esclusi naturalmente quei pochi che definivano i terroristi “compagni che sbagliano”. Non dico, a scanso di equivoci, che il Msi giustificasse le bombe. È un fatto tuttavia che alcuni esponenti dei servizi segreti divennero suoi parlamentari.

In quell’estate tragica del 1980 c’era ancora a Licata qualcuno che camminava con l’Unità sotto il braccio anche di sera. Quel che ricordo delle discussioni al bar Gambrinus è la convinzione certa e immediata da parte di tutti, nello sgomento e nel dolore, che si trattava, per la dinamica, di una strage neofascista. Erano serate di caldo intenso come quelle di adesso. Un mese prima la Dc aveva preso al comune la maggioranza assoluta (21 consiglieri) e Michele Curella era stato eletto sindaco. Il segno che le maggioranze di sinistra del consiglio comunale precedente non solo erano fallite ma diventavano anche per il futuro una remota possibilità.

Gaetano Cellura