Il 10 giugno di ottant’anni fa, mal armata e senza alcuna strategia, l’Italia entrava in guerra contro la Francia e l’Inghilterra. Lo stesso Re, partito per raggiungerlo, non sapeva quale doveva essere il vero fronte delle operazioni. S’era recato nel castello di Ternavasso: e da lì, ogni mattina, andava a visitare i reparti in compagnia del generale Puntoni, suo aiutante di campo. Costatando che il morale dei soldati era alto, ma scadente la loro disciplina.

Mussolini inseguiva Hitler, i suoi successi. Ma la guerra alla Francia per un po’ di giorni rimase in standby. Il colpo di pugnale a una nazione agonizzante l’Italia lo diede il 22 giugno, dopo l’entrata dei tedeschi a Parigi. Un colpo di pugnale costato al nostro paese molte inutili morti e che lasciava l’amaro in bocca allo stesso Mussolini. Il duce metteva pressioni a tutti – a Badoglio, a Graziani, a Ciano – e si aspettava da Hitler maggiore considerazione.

La stessa pressione che esercitò su Italo Balbo, governatore della Libia, impegnato in Africa settentrionale contro gli inglesi. Mussolini riteneva certa da un momento all’altro l’invasione tedesca dell’Inghilterra e voleva avere anche lui dei successi da vantare al tavolo della pace: dopo un conflitto che, nelle sue previsioni, sarebbe durato poco e da cui l’Italia avrebbe avuto molto da guadagnare.

Consapevole delle deficienze militari italiane, Balbo era scettico sulle possibilità di un attacco in Africa. Ma gli venne imposto di iniziare le operazioni entro il 15 luglio. Rimase vittima del fuoco amico mentre dall’alto, a bordo del suo trimotore S79, verificava di persona l’esito delle manovre ideate. Era il 28 giugno del 1940 quando la contraerea dell’incrociatore San Giorgio colse in pieno il suo aereo che si schiantò al suolo. Con lui morirono i suoi compagni di volo che trovarono sepoltura in Libia fino al 1970, quando vennero riesumati, rimpatriati e seppelliti a Orbetello.

Balbo era uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Ma i suoi rapporti con il duce non erano buoni. Il che fece nascere il sospetto di un attentato. Escluso da Montanelli, da Cervi e da Arrigo Petacco. Nonché dal comandante della nave e dal giornalista Folco Quilici, il cui padre, Nello (anche lui in rapporti tutt’altro che buoni con il duce), faceva parte dell’equipaggio del trimotore. Su quel che successe di preciso si possono fare solo delle ipotesi. La prima è che l’aereo del governatore ha cambiato rotta dopo aver avvistato delle colonne di fumo provocate dal bombardamento su Tobruch; la seconda è che dal suo S79 non furono fatte le segnalazioni prescritte; e la terza è che furono fatte ma non viste, nella confusione dell’attacco, a bordo dell’incrociatore ormeggiato in rada come batteria galleggiante. Ci sono anche delle testimonianze che attribuiscono al sommergibile posamine Bragadin, subito scomparso dal porto, l’abbattimento dell’aereo.

Saputa la notizia, senza mostrare alcun turbamento, Mussolini pronunciò parole che di Balbo riassumevano la vita: “Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario”. E aggiunse (sibillino): “Il solo che sarebbe stato in grado di uccidermi”.

Erano spesso in contrasto. Il governatore della Libia non voleva la guerra e aveva disapprovato le leggi razziali e l’alleanza con la Germania di cui non voleva essere un “lustrascarpe”. Massone in sonno dopo la marcia su Roma, i successi e la considerazione di cui Balbo godeva all’estero come grande aviatore facevano ombra a Mussolini. Parlandone con Ciano, il duce gli disse che Balbo era rimasto “il porco democratico che fu oratore della loggia Girolamo Savonarola di Ferrara”. E nella decisione di affidargli il governo della Libia c’era la volontà di emarginarlo ai confini dell’impero.

La tesi del complotto partito da Roma per farlo fuori fu sempre sostenuta dalla vedova di Balbo, la contessa Emanuela Florio, che ripeteva a chiunque andava a trovarla: “Lui mi manderà al confino per queste dichiarazioni, ma io dico tutto. Italo non voleva la guerra, si era sempre opposto. Diceva che non eravamo preparati”. E sull’impreparazione dell’Italia come dargli torto?

Gaetano Cellura