Homepage L'opinione L’ebbra festa della Primavera di Praga

L’ebbra festa della Primavera di Praga

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Un giorno, quando l’Unione europea sarà completata e resa stabile, e sarà magari migliore di quella di oggi fondata soltanto sulla moneta unica e sul potere finanziario, e qualcuno ne scriverà la storia, due posti importanti in questa storia dovrà assegnarli a Konrad Adenauer e ad Alexander Dubcek.

Il primo, europeista convinto e cancelliere della Germania dell’Ovest, rispose una volta a chi gli parlava di un’Unione esclusivamente occidentale che non era possibile un’Europa senza Praga. Il secondo è l’uomo che, proprio a Praga, nella Praga del socialismo reale oppressa dal giogo sovietico, sognava un socialismo dal volto umano.

Il 20 agosto di cinquant’anni fa i carri armati dei paesi del Patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia e ponevano fine alla sua Primavera di riforme liberali. Non fu soltanto un avvenimento tragico. Fu “un’ebbra festa dell’odio” ci dice Milan Kundera nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere. Dell’odio per i russi. Almeno nei primi sette giorni.

Per Tereza, una delle due protagoniste del romanzo, furono paradossalmente i giorni più felici. Si avvicinava ai carri armati e li fotografava. Fotografava l’occupazione, la “festa”. Viveva con Tomas un amore problematico. Di notti piene di sogni e di incubi. Un amore per il quale sarebbe stato utile scomodare il dottor Freud. Il suo Toamas era un medico dissidente con cui il regime aveva dei conti da regolare.

Quando Dubcek viene arrestato e portato a Mosca, costretto a rinnegare il nuovo corso del socialismo, quando l’ebbra festa dell’odio finisce e torna la normalità, Tereza vuole lasciare Praga. Perché i giorni della sua sfida al pericolo, i giorni che le avevano dato equilibrio interiore e serenità erano passati: e ora nelle sue notti sarebbero tornati gli incubi.

Quando celebriamo i cinquant’anni del nostro Sessantotto, la pretesa di una maggiore libertà da parte dei giovani dell’Occidente, è ai giovani di Praga e di Varsavia e di Budapest, ai quali la libertà era totalmente negata, che dobbiamo pensare. È quello il vero Sessantotto, anticomunista e dimenticato.

Ma i nostri giovani erano allora attratti dal Vietnam, dalla via maoista al socialismo mentre una società comunista esisteva oltre la Cortina di ferro e ne era già chiaro il fallimento.

Forse a Dubcek sarà più difficile di Adenauer entrare nella storia dell’Unione. Ma solo se non si capirà che la sua Primavera delle riforme, la sua Praga, aveva un respiro che superava i confini del socialismo reale. Un respiro europeo.

Gaetano Cellura