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Camilleri, semplice come Montalbano

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Alla fine, e dopo giorni di vita artificiale, se n’è andato lui. Invece del suo commissario Montalbano che, qualche volta, aveva pur pensato e detto di voler far morire prima. Tra i desideri di Andrea  Camilleri c’era quello di finire la carriera in una piazza, dopo aver raccontato storie ed essere passato con la coppola in mano in mezzo al pubblico che l’aveva ascoltato. Perché questo era nella sostanza lo scrittore di Porto Empedocle: un cuntastorie. Di quelli che sanno rispettare alla perfezione tempo e ritmo della narrazione. E per questo sono così bravi.

Camilleri ha scritto anche romanzi storici, ma tutti lo ricordano per i polizieschi che hanno per protagonista Montalbano. Credo di averne letti complessivamente cinque o sei. (E tutte le volte che volevo prendermi una vacanza da letture più impegnative: sono i classici la mia famiglia, diceva Romain Rolland.) Pochi, comunque, rispetto a quanti ne ha scritti, di polizieschi. Ma già sufficienti per capire che lo schema era sempre quello, e bastava dunque leggerne uno per averli letti tutti; che la rappresentazione della Sicilia era macchiettistica; e per capire di quali altri detective Salvo Montalbano era nipote o fratello. Era nipote di Maigret e fratello del commissario Santamaria di Fruttero e Lucentini e del detective Pepe Carvalho dello scrittore spagnolo Manuel Vazquez  Montalbán.

Il commissario Maigret di Simenon è lo zio francese, uno zio di novant’anni (compiuti proprio quest’anno) da cui Montalbano ha ereditato la semplicità e l’umanità; Santamaria e Carvalho sono i suoi due fratelli maggiori. Uno, siciliano come lui, ha fatto la guerra partigiana; l’altro ha avuto un’adolescenza anarchica e una giovinezza marxista. Per non essere da meno, Montalbano è stato un sessantottino. Innamorato di quella poesia di Pasolini in difesa dei poliziotti a Valle Giulia in cui ha forse intravisto il suo avvenire.

Come Maigret, Carvalho e Santamaria non possiede quelle straordinarie facoltà d’analisi e di deduzione proprie, per intenderci del cavalier Dupin o del “consulente investigativo” Sherlock Holmes e tali da far nascere nel lettore complessi d’inferiorità. Camilleri ce l’ha fatto vedere nella sua semplicità e negli atti quotidiani della vita: mentre compra le scarpe, va al ristorante, fa un viaggio in treno o una gita in barca, mentre cammina “un pedi leva e l’altro metti” lungo il braccio di levante a Vigata o nella campagna di Montelusa: cammina e riflette per arrivare alla soluzione della sua indagine. Ed è stata la semplicità del personaggio a spiegarne il successo, la fenomenologia.

Ma Camilleri lo ricordo (e a tutti voglio ricordarlo) soprattutto per due libri: La strage dimenticata e La bolla di componenda. Dove Montalbano non c’è.

Gaetano Cellura