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Così si uccide un filosofo

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E va bene, si era nella tempesta della guerra civile, era tempo di rappresaglie. Ma se spari a un uomo inerme che aveva pure rinunciato alla scorta della Repubblica di Salò quello è un omicidio, senza dubbio. Non è un’azione di guerra.

Erano le 13:30 del 15 aprile di settantacinque anni fa. Giovanni Gentile, il più grande filosofo italiano, si trovava dentro la propria auto, ferma davanti alla sua residenza fiorentina. E l’autista era sceso per aprirne il cancello. Gli si avvicinarono due partigiani che fingendosi studenti gli spararono senza pietà.

Non è ancora chiaro se fu un omicidio commissionato o se i suoi assassini agirono di propria iniziativa. Ma commissionato da chi?

Gentile aveva da poco lanciato un appello alla concordia nazionale. Tardivo e forse velleitario in quel momento di conti da regolare. Non volevano la fine della guerra civile italiana gli Alleati. E da qui l’ipotesi – in verità debole – di un coinvolgimento dei loro servizi segreti nell’eliminazione del filosofo. Un’altra ipotesi è che ad armare la mano che lo uccise fu un articolo del grande latinista Concetto Marchesi.

Si badi (anche se il fatto è casuale nella vicenda): Marchesi e Gentile erano siciliani. Uno di Catania e l’altro di Castelvetrano. Uno stalinista e l’altro fascista. Marchesi ammise la paternità di quell’articolo ma non delle ultime righe, quelle che avrebbero fatto di Gentile un bersaglio. E pare che a modificarlo sia stato un altro siciliano: il comunista Girolamo Li Causi. Ma a modificarlo parzialmente. Dirà infatti di non averne scritte le parole decisive.

Resta il mistero dunque. Di certo c’è che l’omicidio di Gentile fu accettato dal Partito comunista e dall’Unità ma che divise il fronte antifascista.

Il filosofo siciliano era compromesso con il regime fascista e ne fu l’ideologo principe. Diede all’Italia nel 1923 una grande riforma della scuola, “risultato di studi seri, diligenti, controllati”. Mussolini la definì la più grande riforma fascista, ma era in realtà una riforma liberale.

Credo che se non fosse stato ucciso, quel 15 aprile del 1944, Gentile poteva ancora dare molto alla nostra cultura. Come molto avrebbe potuto dare la sua bellissima Storia della filosofia italiana, posta invece nel dimenticatoio solo perché il suo autore era stato fascista fino alla morte. E non sono il solo a crederlo. Visti gli studi e gli apprezzamenti di eminenti studiosi di area crociana che separano il suo pensiero dall’impegno politico. A Pontassieve c’è una strada dedicata al suo assassino. Ma non ve n’è alcuna – in tutt’Italia, credo – dedicata al filosofo dell’idealismo.

Gaetano Cellura