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Gli zingari e la storia che passa e torna

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“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano”. Poi gli ebrei, gli omosessuali, eccetera. Lo conosciamo questo sermone del pastore Martin Niemöller (originariamente suo, non di Brecht cui è stato poi attribuito) che negli ultimi mesi è d’attualità sui social.

Gli zingari rubavano, gli ebrei ci erano antipatici, gli omosessuali ci davano fastidio, i comunisti potevano pure arrestarli, tanto io non lo ero: e dunque che motivo avevo di parlare (e protestare): guardavo la storia che mi passava davanti: passivamente e senza coraggio. Come Corrado, il professore della Casa in collina di Cesare Pavese. Gli altri andavano a fare i partigiani; a scuola i fascisti arrestavano un suo collega, e lui, Corrado, se ne stava in disparte a guardare la storia che passa.

Il sermone di Niemöller – o, se volete, la poesia di Brecht – ammonisce sui pericoli dell’apatia politica. E lo stesso si può dire del romanzo breve di Pavese.

Vennero a prendere prima gli zingari, poi gli ebrei, eccetera. Ma “un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Perché fascisti e nazisti s’erano impadroniti di tutto, avevano eliminato ogni forma d’opposizione. Avevano bastonato Gobetti. Ucciso Matteotti. Incarcerato Gramsci. Emarginato Croce. Confinati Pertini e Nenni. Obbligati all’espatrio in Francia gli antifascisti della Concentrazione. Avevano avviato i treni per Auschwitz.

Un giorno vennero a prendere anche me che potevo protestare e non l’avevo fatto. Che potevo parlare e sono rimasto in silenzio. Vennero a prendere anche me, il più apatico di tutti. Il silenzio non m’era servito a farla franca. E anche al professore Corrado quel suo starsene in disparte, a veder passare la storia, serve a poco. Perché cercano anche lui, dopo aver preso gli altri. Anche lui deve scappare, per boschi e colline, per non essere arrestato. E gli resta solo il pentimento di non aver agito prima. “Non sei mica fascista?” gli chiede Cate, seria e sorridente. “Lo siamo tutti,– lui risponde piano.– Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci… Chi lascia fare e s’accontenta, e è già un fascista.”

Oggi, di fronte ai fatti di Casal Bruciato, parafrasando le parole del pastore o i versi del poeta, possiamo dire: prima se la presero coi neri e gli immigrati, poi con gli zingari, eccetera. Oggi, di fronte a certa apatia o a certa sottovalutazione del problema, dovremmo tenere in mente le parole del protagonista del romanzo di Pavese.

Certo, il fascismo vero e il nazismo erano altra cosa. Più seria e tragica. Ma il clima è quello ed è bene non sottovalutarlo.

Quanto al Ministro dell’Interno, responsabile dell’ordine pubblico, vorrei dirgli: “Signor ministro, ma con il grande consenso che ha in questo momento, è necessario che Lei cerchi pure quello di CasaPound, elettoralmente irrisorio, e di pubblicare un libro con l’editrice di questo partito?” L’Italia è già abbastanza di destra. E lei ne ha  già ricevuto l’ampio consenso. Può dunque permettersi, signor ministro, di far a meno di quello della destra estrema.

Gaetano Cellura