L’Ilva , l’Alcoa, la Carbosulcis, la Gesip, gli Ato Ambiente della provincia di Agrigento. Ognuna di questa realtà produttive, si capisce, è un caso a sé con problemi specifici. Di generale c’è però un problema che si chiama lavoro: in Italia, e in Sicilia e in Sardegna ancora di più. Che si chiama politica industriale in un paese che da anni ne è privo. Che si chiama programmazione e ricerca di risorse finanziarie nel settore dei servizi più toccati dalla crisi di liquidità delle amministrazioni. Che si chiama certezza del domani e sicurezza ambientale nelle città dove posti di lavoro e tutela della salute di lavoratori e cittadini devono convivere, non possono non convivere. Come a Taranto con il caso dell’Ilva, l’industria siderurgica chiusa dalla magistratura per gli elevati livelli di inquinamento registrati. La vicenda della Carbosulcis ricorda tanto quella delle zolfare siciliane. Oggi in Sardegna, come allora in Sicilia, fu l’eccessivo costo di produzione e di lavorazione delle materie prime e i vantaggi offerti dalla moderna concorrenza a quanti ne facevano richiesta a renderle poco competitive e a metterle fuori mercato. La storia dello zolfo fu in Sicilia odissea di dolore, lavoro duro e sudore antico. Pirandello vi dedicò un romanzo e indimenticabili novelle, ma anche altri scrittori siciliani seppero raccontare della zolfara la fatica e lo sfruttamento senza eguali. Vedere ora gli operai sardi dell’Alcoa, uniti nella protesta con i minatori che difendono il proprio lavoro nelle viscere della terra, dà l’idea di un passato che ritorna con la stessa precaria, insicura dimensione della vita: per i nonni allora e per i nipoti adesso. La chiusura dell’Alcoa, anch’essa non più competitiva, e già lo sarebbe stata prima, senza quegli aiuti di Stato non più consentiti dalle norme comunitarie, ci mette tutti davanti a un paradosso: quello di un paese che dovrà ora importare il 90 per cento del proprio fabbisogno di alluminio e chiude l’unica sua fabbrica che lo produce. I lavoratori della Gesip hanno bloccato mezza Palermo per conservare il posto di lavoro, recando non pochi disagi ai cittadini. Ma non c’era altro modo d’esprimere tutta la loro sofferenza all’inizio di una campagna elettorale regionale in cui i problemi della gente e del lavoro passano in secondo ordine rispetto agli accordi, ai compromessi oppure agli scontri politici dell’ultima ora. Si parla di un accordo – con la regia di Fini a Roma e di Lumia a Palermo – tra Crocetta da una parte e Miccichè e il Terzo polo dall’altra per il futuro governo della Regione. Tutto questo in previsione di un Governatore eletto senza una sua maggioranza, visto il generale equilibrio verso il basso delle forze in campo rivelato dai sondaggi. Crocetta dovrebbe essere, secondo quest’accordo, il nuovo governatore e Miccichè il presidente dell’Ars. Chi guarda a sinistra e a un rinnovamento reale della politica e del governo dell’Isola non può certo esserne entusiasta. Infine, i lavoratori degli Ato Ambiente. Ad Agrigento come a Licata lavorano senza salario da diversi mesi. Dopo aver a lungo minacciato di incrociare le braccia, alla fine sono stati costretti a farlo. Devono vivere. Devono campare. Hanno famiglie e bisogni. La differenza tra ieri e oggi, tra l’essere disoccupati e il non esserlo, è che oggi si è poveri pur avendo un lavoro: per i salari che non arrivano e che, comunque, quando arrivano non bastano; e per la perdita di forza politica del lavoro, di forza contrattuale. Gli ultimi dati dicono che un terzo dei nuovi disoccupati europei è italiano e che rispetto al 2011 si rilevano 188 mila assunzioni in meno. In queste oggettive condizioni di sofferenza e di disagio ogni discorso politico, ogni analisi sulle alchimie per il futuro governo della Sicilia sembrano non solo superflue, ma persino offensive  per i disoccupati e per quei lavoratori alla disperata ricerca  di un futuro tranquillo.

Gaetano Cellura