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Rocco Greco, tra giudici e prefetti

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È passata una settimana dalla notizia del suicidio dell’imprenditore gelese di cinquantasette anni Rocco Greco. Nel silenzio dei media che l’hanno quasi derubricata a non notizia. Nessun clamore. Nessun approfondimento. Nessuna riflessione in questi sette giorni.

È una storia “semplice” in fondo. E nel senso che Sciascia attribuiva a questa parola. Una storia cioè complicatissima. Greco denuncia la mafia, la combatte, non paga il pizzo e viene perseguitato prima dalla mafia e poi dall’antimafia. Finisce sotto processo, accusato da falsi pentiti che la mafia gli scaglia contro per fermarlo. Ma viene assolto, ripetutamente e in tutti i gradi.

In Italia, evidentemente, non basta un’assoluzione, non bastano neppure più assoluzioni per toglierti di dosso il fango che ti è stato gettato dai pentiti. In Italia succede l’assurdo. Succede che quei reati, dai quali Rocco Greco è stato assolto, restano tali – per capirci: restano reati – per i prefetti che hanno applicato contro di lui l’interdittiva antimafia. La sua impresa viene esclusa dalla white list per gli appalti pubblici: Rocco Greco non può più lavorare ed è costretto a licenziare i suoi cinquanta dipendenti, a perdere venti commesse, a perdere pure se stesso. E tutto questo perché? Perché non ha voluto pagare il pizzo e ha denunciato chi voleva imporglielo.

Lui ricorre in tutte le sedi. Lo fa in silenzio, senza attirare su di sé le luci della ribalta mediatica. Senza passare per vittima agli occhi dei più. Ma i ricorsi non servono. Quello che i pentiti hanno detto di lui, le accuse prive di fondamento che gli hanno mosso e da cui è stato assolto dai tribunali della repubblica lo marchiano per sempre. L’assoluzione in giudizio non vale per cancellare l’interdittiva dei prefetti che gli nega la fiducia delle istituzioni. Rocco Greco, di fronte al muro alzato dallo Stato contro di lui, di fronte alla chiusura della sua impresa, fa l’ultimo ricorso: quello del gesto estremo.

Chiediamoci a questo punto che Stato è uno Stato in cui le accuse dei pentiti valgono più delle assoluzioni dei giudici. E in cui chi fa antimafia vera ha meno risalto, meno considerazione di chi la fa per politica.

Chiediamoci a questo punto quanto ancora vale, e quanti lo seguono, il metodo usato da Giovanni Falcone nel soppesare con prudenza e acume la valenza giudiziaria dei pentiti.

Ci saremmo aspettati una grande discussione pubblica su quest’assurda vicenda che ha indotto al suicidio Rocco Greco. Su come sia possibile, in questa nostra strana Italia, che l’assoluzione di un giudice non basta a renderti cittadino affidabile per un prefetto. Qualcuno ce lo dica in questo paese dove pure i grandi giornali si sono chiusi nel silenzio.

Gaetano Cellura