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La maggiore tensione popolare si registra appena corre voce dell’arresto di Ernesto Licata. Il leader del Comitato in realtà era stato semplicemente convocato dalla Polizia nel momento più caldo della campagna elettorale. E gli venne chiesto l’impegno a evitare disordini e proteste durante i comizi e a togliere dalla sede del Comitato i manifesti con le parole “Fatti e non promesse”.

Ernesto Licata era allora professore d’Inglese all’Istituto Tecnico, molto stimato non solo dai suoi studenti ma da intellettuali, contadini, operai che vedono in lui la stella cometa del riscatto sociale in una città in cui manca l’acqua (motivo principale della protesta), le condizioni igienico-sanitarie sono molto al disotto della soglia consentita, e malattie come tisi e tracoma in aumento. Una città priva di lavoro e in uno stato di progressivo abbandono delle campagne a causa dell’emigrazione.

Soprattutto era Licata in quegli anni, così veniva giustamente avvertita, una città abbandonata dalla “politica agrigentina”, regionale e nazionale, buona soltanto a farvi man bassa di voti e poi a dimenticarsi dei suoi problemi ancestrali: quello dell’acqua segnatamente.

Il Comitato per l’Acqua nasce nel 1966. E dopo una serie di crisi idriche dovute ai frequenti guasti dell’acquedotto Tre Sorgenti. L’esasperazione dei licatesi è così forte che un gruppo di intellettuali decide di dar vita a un movimento di rivendicazione e di protesta. Per l’acqua e per le condizioni di miseria. Con Ernesto Licata, che ventott’anni dopo sarebbe diventato sindaco della città, ne fanno parte altri professori, giornalisti e medici.

Il 1967 è anno d’elezioni. Elezioni regionali. Che si tengono l’11 giugno. Ma per capire meglio tutto il fermento di quei giorni devono essere presi in esame gli ultimi sette anni di vita cittadina. Dal 1960 Licata non faceva altro che perdere terreno. E lo sciopero del 5 luglio di quell’anno, in cui muore il giovane Vincenzo Napoli, era stato il segno della misura ormai colma. Non è solo l’ennesimo guasto all’acquedotto Tre Sorgenti e la centrale termoelettrica dirottata a Porto Empedocle a provocare agitazioni e violenze, scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Ma povertà e disoccupazione in crescita, famiglie smembrate per l’emigrazione di padri e figli, un futuro per nulla roseo.

Merito del Comitato per l’acqua, sette anni dopo, è di saper divulgare il “caso Licata” e di farne questione nazionale. Cartoline con i titoli dei giornali che raccontano la “grande sete” vengono spedite ovunque, mentre la politica (locale e provinciale) prende le distanze dai suoi membri, considerati espressione di qualunquismo protestatario. La campagna elettorale per le regionali inizia il 12 maggio di cinquant’anni fa. Il primo comizio è dell’onorevole Cottone del Partito liberale, grande oratore. E succede il finimondo: urla, fischi, lancio d’oggetti, sospensione del comizio. Stessa storia dieci giorni dopo: a esserne bersaglio sono questa volta gli onorevoli Vaiola e Giorgio Napolitano, del Pci, e Vito Raia e Giuseppe Profumo del Psiup. Nel frattempo il professore Ernesto Licata ha garantito al commissario di polizia che il Comitato da lui diretto non avrebbe ostacolato la regolarità dei comizi e della campagna elettorale. Ma il popolo licatese, profondamente sfiduciato e deluso dai politici, agisce per conto suo. Ed è ormai chiaro – dagli umori e dalle proteste – che la sua astensione dal voto, l’11 di giugno, sarebbe stata massiccia.

È a questo punto che la vecchia sapienza democristiana si mette in moto ed entra in scena (non solo in ambito locale). L’onorevole Moro, presidente del Consiglio, convoca a Roma il sindaco Giovanni Saito per affrontare il “caso Licata”, di sete e povertà.  Il sindaco torna da Roma con una serie di promesse politiche per la soluzione dei problemi annosi di Licata. E si affretta a comunicarli ai cittadini: dal balcone del municipio durante un consiglio comunale. L’acqua intanto, come per magia, sgorga dai rubinetti: e mai se n’era vista tanta.

La Dc locale capisce che è il suo momento. Due importanti comizi degli altri partiti sono stati insistentemente fischiati e alla fine sospesi. Forte delle promesse del governo, ne prova uno lei: il 4 giugno, a una settimana dal voto. Sul podio, in piazza Progresso, ci sono Giovanni Saito, Angelo Sapio e l’onorevole Galloni. Tutto sembra funzionare questa volta. Con il popolo che ascolta in silenzio. Gli animi placati dalle promesse giunte da Roma e ribadite durante il comizio. Tutto sembra tranquillo e quasi prende corpo nella classe politica l’idea che le elezioni dell’11 giugno non sarebbero state disertate. Non è così. Perché, all’improvviso, una processione religiosa accompagnata dalla banda musicale sale dal corso Vittorio Emanuele e si dirige verso il podio degli oratori. Con lo scopo, anche questa volta riuscito, di far saltare il comizio.

La domenica successiva solo pochi cittadini si recheranno alle urne. Lo sciopero del voto dei licatesi passerà alla storia. Come l’impegno di Ernesto Licata e di tutti i membri del Comitato. Ma di risultati concreti la città non ne vede. L’acqua continuerà a mancare per decenni, tra continue e spesso lunghe interruzioni, almeno sino a otto, dieci anni fa. E di quella che oggi viene distribuita con regolarità solo pochi fanno uso potabile.

Gaetano Cellura

 

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