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Gli assenti hanno sempre torto, quale che sia la giustificazione. Hanno torto quando perdono un appuntamento irripetibile come la scopertura della lapide a una delle vittime della mafia a Licata nella XXII Giornata della memoria. C’era tantissima gente, venerdì scorso, ma non c’era tutta la città, e solo pochi rappresentanti delle istituzioni.
L’associazione A Testa Alta ha reso onore a Vincenzo Di Salvo, ucciso cinquantanove anni fa in via Guglielmo Marconi, con un’iniziativa che resterà nella storia di Licata. Condivisa e seguita da tutti i presenti con grande commozione e spirito civile.
Grazie all’apposizione, nel luogo dell’omicidio, di una lapide che ricorderà per sempre il sindacalista ucciso, la vicenda tragica di Vincenzo Di Salvo e il dolore della sua famiglia, le risultanze processuali e il contesto sociale in cui la tragedia è maturata escono dal lungo e ingiusto oblio di tutti questi anni.
Il comune di Licata ha onorato la cerimonia con il proprio gonfalone e con uno dei suoi assessori più sensibili a momenti di questa natura. Annalisa Cianchetti, assessora alla legalità, ha indossato la fascia tricolore rappresentando degnamente la giunta e l’intera città che rendeva onore a uno dei suoi figli innocenti. Ucciso perché reclamava il diritto al salario, alla libertà e alla dignità del lavoro, per sé e per i propri compagni, in anni in cui la prepotenza e il sopruso mafioso la facevano da padroni.
Alla fine, crediamo sia giusto così. Che sia stata proprio lei, l’assessora Cianchetti, a indossare la fascia tricolore e a rappresentare la città. Lei, una donna. Una poliziotta in pensione dopo trent’anni di servizio durante i quali di violenza s’è occupata. Di violenza sulle donne.

Gaetano Cellura

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