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Con i princìpi di civiltà si perdono le elezioni. E così, com’era prevedibile, lo ius soli (passato alla Camera) non diventa legge al Senato. Dove il centrosinistra non ha la maggioranza e neppure la cerca. Non diventa legge per ora. Ma il rischio che si corre è che non lo diventi mai. E così la politica si piega alla piazza intimorita dall’immigrazione: invece di sfidarla (o di educarla) sul piano del diritto. E su quello di una scelta che riguarda il nostro futuro.  Che di politiche d’integrazione ha bisogno. Ce le impone il declino demografico dell’Italia e un bisogno di maggiore sicurezza. Al primo si risponde integrando quanti più giovani stranieri nati e che da tempo vivono nel nostro paese; e al secondo limitando i ghetti e aprendo le porte della comunità nazionale a chi chiede di farne parte avendone i requisiti. Che sono: un regolare corso di studi in Italia; la conoscenza della nostra lingua; il rispetto delle nostre leggi. Dando a questi ragazzi una seria prospettiva di vita e di lavoro, facendoli sentire italiani a tutti gli effetti, noi avremmo reso il paese più unito e più pacifico.

Giustamente, oggi, Bersani e altri deputati di Mdp-Art.1 parlano di resa culturale alla destra. Da parte del governo e del centrosinistra soprattutto. Per aver fatto passare (e al momento vincere) nella società un messaggio sbagliato: che cioè lo ius soli, la sua approvazione, sia confuso con gli sbarchi . E non per quello che è in realtà: riconoscimento del diritto di cittadinanza alle seconde generazioni di immigrati.

Lo ius soli sarebbe stato un beneficio economico per l’Italia e non l’avrebbe fatta sentire ancora in debito con la sua storia. Con la storia di Roma imperiale e con l’editto di Caracalla, che concesse la cittadinanza a tutti i cittadini di cultura romana.

Gaetano Cellura

 

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