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È la sera del 21 novembre del 1980. E il vicesindaco di Licata Enzo Miceli Sopo non si stacca dal centralino telefonico del Palazzo di Città. Chiede e attende notizie. Chiede notizie a tutti – prefettura, giornali (regionali e nazionali); al ministero dell’interno, al capostazione di Lamezia Terme nei cui pressi è avvenuto il disastro.

Licata ha vissuto per l’intera giornata ore di trepidazione inconfortabile. E durante la sera l’angoscia si taglia con un coltello. Piano piano si riducono in città le speranze di sopravvivenza dei tre licatesi coinvolti in quell’assurdo disastro ferroviario, uno dei più terribili: 28 morti (lo stesso numero delle vetture distrutte) e 112 feriti. Pian piano si fa strada quella certezza che ognuno a Licata vorrebbe scongiurare.

Le immagini dei Tg nazionali già mostrano le dimensioni della catastrofe. Vagoni sventrati e precipitati nella scarpata. Ammassi di lamiere inservibili sui binari. E corpi che vi sono imprigionati.

Sull’Espresso 587 partito da Roma e diretto a Siracusa viaggiano i consiglieri comunali di Licata Giovanni Manuguerra della Dc, Rosario Torregrossa del Psi e Carmelo Cuttaia del Psdi. I partiti che sostengono la giunta di Michele Curella, tre anni dopo eletto senatore della repubblica.

Sono andati in missione politica a Roma per conto del Comune. E con l’entusiasmo di chi è felice di svolgere un servizio per la propria città. Dei tre consiglieri si salva soltanto Carmelo Cuttaia, impiegato dell’Ufficio Imposte. È seriamente ferito, ma ce la fa. Gli altri due colleghi no. E una lapide nell’aula consiliare del municipio di Licata ricorda Giovanni Manuguerra e Rosario Torregrossa come vittime del dovere nello svolgimento del loro mandato.

I tre consiglieri comunali coinvolti nella sciagura ferroviaria sono alla prima esperienza politica. Manuguerra è un impiegato dell’Ufficio Registro e ha un ruolo di primo piano nella Confraternita di San Girolamo, molto amato e seguito dagli altri confratelli. Rosario Torregrossa è un dipendente del petrolchimico di Gela e una figura emergente del partito socialista licatese.

Sono pressappoco le quattro del mattino del 21 novembre quando, tra le stazioni di Eccellente e Curinga, sulla linea ferroviaria della Calabria tirrenica, nei pressi di Lamezia Terme, l’Espresso su cui viaggiano i consiglieri licatesi investe alcuni vagoni sganciatisi da un convoglio merci che viaggiava qualche ora prima nella stessa direzione, verso Villa San Giovanni, e rimasti sul binario dispari.

Troppo tardi il macchinista del merci si accorge dei vagoni mancanti: quando lo scontro con il treno che sopraggiunge è ormai inevitabile. E lo scontro è catastrofico. Molte vetture dell’Espresso deragliano sull’altro binario, il binario pari, dove intanto viaggia per la destinazione opposta un altro Espresso, il 588, da Siracusa diretto a Roma.

Si tratta di uno dei più gravi incidenti ferroviari della storia, ma di cui presto ci si dimentica. Perché, qualche giorno dopo, il terremoto dell’Irpinia fa passare quasi in secondo piano le 28 vittime dei binari del sud. Ricordate dal giornalista siracusano Francesco Nania nel libro Una tragedia siciliana. Giustamente intitolato: perché siciliani (diretti o provenienti da Roma) erano i passeggeri dei due treni. Tra i quali i nostri tre licatesi.

Gaetano Cellura

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