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Andarono a trovarlo una sera Missiroli e Montanelli (che ne parla nei suoi Incontri) nella sua piccola casa di Roma, in via Polonia, arredata con gusto borghese. Dalle pareti pendevano copie dell’Avanti che inneggiavano al 25 Aprile e alla vittoria della Repubblica, nonché le foto dei suoi comizi nelle piazze piene. Fu lui stesso poi a coniare la frase “Piazze piene, urne vuote”.

Pietro Nenni li accolse con calore. E parlarono di politica, si capisce. Di politica e di storia. Repubblica e monarchia. Rivoluzione francese e Comune di Parigi. Parlarono di Romita, passato con Saragat. E di Togliatti e De Gasperi a cui riconosceva doti di grande statista e di cui probabilmente si fidava più di “Quell’altro”, come chiamò il leader comunista durante la conversazione. Parlarono della sua scarsa considerazione per il Partito d’Azione, peraltro in via d’estinzione. Ed era certo lontano dal presagire che anche ai socialisti (italiani ed europei) sarebbe toccata un giorno la stessa fine.

Gli occhiali alzati sulla fronte, Nenni rispondeva senza mai schermirsi alle domande provocatorie e pungenti di Missiroli, grande giornalista. Quando nel 1924 lavorava a La Stampa e al Mondo pubblicò due articoli contro Mussolini, indicandolo  come responsabile dell’omicidio di Matteotti. S’intitolavano Atto d’accusa e Chiamata di correo.

Nenni ce l’aveva con la borghesia italiana. Che non capì il senso della sua vicepresidenza del Consiglio (prima con Parri e poi con De Gasperi). Nenni aveva occupato quel posto per impedire a “Quell’altro” di occuparlo.

La borghesia italiana!

Ma da che parte stava? Non capì, in sostanza, l’opportunità che il partito socialista rappresentava per lei. E per l’Italia soprattutto.

Sul tavolo aveva molti libri. Ma a cercarli non c’era traccia di libri sui padri del comunismo. Ci trovavi Stirner, invece. E Bakunin. Forse per non dimenticare che nell’anarchismo erano le radici del socialismo italiano.

Nenni invidiava l’organizzazione del Pci. Formata e mantenuta in vent’anni di clandestinità. “Noi eravamo più forti, elettoralmente, il primo partito della sinistra” – diceva. “Ma non avevamo la loro organizzazione”. L’organizzazione su cui poteva contare “Quell’altro”. E che sarebbe risultata decisiva nelle elezioni del 18 aprile del 1948, insieme alla scissione di Palazzo Barberini, per il “sorpasso” del partito comunista. L’organizzazione che già notava durante i comizi. Le piazze erano piene di compagni con il pugno alzato. Ma si riempivano per lui o per “Quell’altro”?

Gaetano Cellura

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